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giovedì 24 settembre 2020

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Recensione: Io?Drama - Da Consumarsi Entro la Fine

15.06.2010 - Giulia Lubian



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Titolo: Da Consumarsi Entro la Fine 
Artista: Io?Drama
Etichetta: Venus
Anno di uscita: 2010
Genere: Rock
Voto: 8

 

Due sono i suoni che mi conquistano quasi indistintamente: quello del violino e quello delle parole.

Vito Gatto è il violino degli Io?Drama: sono l’uno lo strumento dell’altro. Insieme riescono a muovere (e commuovere) il cuore e la pancia di chi ascolta, ma anche il cervello, le gambe, le braccia. Si infilano nei nervi di tutto il corpo, elettrizzano le cellule dell’epidermide. Diverse frequenze per colpire con chirurgica precisione l’ampio spettro di punti sensibili di cui siamo fatti, dentro e fuori. Una scossa che ti attraversa, portandosi via qualcosa e lasciando qualcos’altro.

Il suo alleato più fidato è la voce di Fabrizio Pollio, che più di altre potrebbe dirsi un vero e proprio strumento musicale. Le sue parole sono modulate e distorte: ora nasali e acute, ricordano un po’ Le Vibrazioni; ora basse, vibranti, infinitamente coinvolgenti, in perfetto stile Afterhours. E i testi, specchio e essenza indissolubile del canto, sono poesia evocativa e immaginifica, parole che arrivano esattamente dove vogliono, senza alcuna possibilità di opporvisi, parole camuffate da metafora, incisive all’inverosimile (parlo del caos di una mortepolitana popolata da pendolanime, o di una donna-fantasia che si vorrebbe apprendere, sfogliandola). Una vera goduria per i feticisti dell’alfabeto.

Quando a voce e violino si aggiungono anche la chitarra di Fabrizio Vercellino e la batteria di Mamo il quadro è completo: melodie orecchiabili, convincenti, ma anche energiche e impetuose con un’impronta alla Muse (“Auto aut aut” per esempio).

Un album che si svela una canzone dopo l’altra (inizia il rock drammatico di “Fosse stanotte l’ultima” e le sonorità leggere di “Musabella”), un climax crescente e inarrestabile (il pathos armonico e trascinante di “Saverio”; la disarmante “Preghiera agnostica” con il suo violino a disegnare punti interrogativi) fino al cuore pulsante che mozza il respiro (“Dafne in tangenziale” e il suo richiamo ancestrale, tamburi dalle viscere delle nostre origini; il frullato d’orrore di “Din Din Delirio”, la chitarra che si fa scossa liquida di avida schizofrenia; “Nel naufragio”: la sua voce è calda in uno spazio freddo, provoca brividi gelidi nell’afa del giorno), con gli ultimi strascichi a sedurti del tutto (“Sinuosa”, di un tremore denso e scuro, ossessivo. Il finale sperimentale di “Gli ultimi versacci di Gregor Samsa”).

Come assaggiare una torta che all’aspetto non conquista e scoprirla più buona e deliziosa di quanto ci si sarebbe mai potuto aspettare. Da non poterne quasi più fare a meno.

 

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