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mercoledì 16 ottobre 2019

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Live Report: Muse @ San Siro

8 giugno

15.06.2010 - Ivan Di Napoli



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Già si sapeva che la premiata ditta Bellamy-Howard-Wolstenholme fosse abituata a offrire sempre spettacoli incredibili. Sarebbe bastata la loro bravura e la loro capacità di tenere il palco per ammortizzare completamente il prezzo del biglietto. Loro invece hanno voluto spingersi oltre, regalando emozioni da pelle d'oca e bocche spalancate. Ma andiamo con ordine. 

Ecco come si è svolta la giornata:

Arriviamo davanti a San Siro alle 15.30; ci accorgiamo subito che la sfida contro il caldo viene stravinta dai fan accaniti, i quali noncuranti dei 29 afosissimi gradi di Milano, iniziano sin dal mattino ad occupare le prime posizioni davanti ai cancelli degli ingressi prato, di modo da garantirsi una posizione privilegiata ai piedi dei propri idoli. Solita bagarre all'apertura, soliti spintoni, soliti cali di pressione e solita corsa verso i piedi del palco non appena vengono scavalcati gli sbarramenti dei controlli. 

Dopo un paio d'ore d'attesa si presentano sul palco, verso le 18, i Calibro 35! Non mi ero documentato sulla loro storia, quindi li ho ascoltati su quel palco per la prima volta. Il primo commento che ho rivolto ai miei amici è stato: sembrano le colonne sonore degli inseguimenti dei film polizieschi. In effetti non ci sono andato molto lontano: Wikipedia mi insegna che la band milanese, formatasi nel 2007 che suona funky, jazz e alternative rock, si ispira alle colonne sonore di diversi film italiani anni '70.  Rimaniamo impressionati dalla pulizia dell'esecuzione di tutti i pezzi e dalla capacità cambiare ritmi e di saltare da un genere all'altro all'interno dello stesso brano. Fossimo stati al ristorante sarei stato particolarmente soddisfatto dell'antipasto, che ci ha permesso di entrare perfettamente nel mood  “concerto” fin dalle prime note. 

Gli applausi e il cambio palco impegnano la mezz'ora di attesa che intrecorre tra i Calibro 35! e i Friendly Fires, seconda band spalla di un menu ricco ed interessante che culminerà con l'esibizione dei Muse. La band di St. Albans prende sul serio l'impegno davanti al grande pubblico e scatena subito il suo sound brit-pop danzereccio permettendo ad un eccentrico Ed Macfarlane (il cantante) di esibirsi in danze trascinanti e divertenti, che forse mettevano in dubbio la sua eterosessualità, ma che sicuramente hanno riscosso applausi ed entusiasmo. Jump in the pool è il loro brano rappresentativo e lo suonano con cura come terza canzone; il pubblico del parterre risponde bene, applausi, i primi timidi saltelli e qualche bacino in movimento, sia per dare soddisfazione alla giovane band, sia per iniziare un vero e proprio riscaldamento in attesa della portata principale. 

Terminano anche i 25 minuti a disposizione dell'ottima band inglese, lo stadio inizia a riempirsi e applaude iniziando ad intuire che dalla prossima band si inizierà a fare sul serio e ci sarà poco da scherzare. 

Il mio orologio segna le 20 in punto quando salgono sul palco 3 dei 4 Kasabian (più due turnisti) senza eccessive celebrazioni. Imbracciano gli strumenti, accendono gli ampli, fanno partire il feedback introduttivo ed attendono l'arrivo di un carichissimo Tom Meighan, per partire con lo show. Fast fuse e Shoot the runner prima delle presentazioni, e Underdog per far capire chi comanda. Il pubblico è carico, un Meighan visibilmente ubriaco lo tiene in pungo mettendo in mostra le proprie buone capacità vocali ed urlando spesso “raise up those fuckin' hands” di modo da caricare ulteriormente il morale di una band abituata probabilmente a palcoscenici più modesti rispetto all'imponente scala del calcio milanese. Sergio Pitzorno e soci, comunque, fanno capire di non essere degli sprovveduti e offrono una grande performance. Quando attaccano con l'intro di Fire capiscono di avere il pubblico dalla loro.  

Per rimanere sul tema del cibo, si può affermare che i ristoratori abbiano svolto un gran lavoro di introduzione alla portata maestra. Terminati anche i 40 minuti a disposizione dei Kasabian, non resta altro da fare che attendere la comparsa dei tanto agognati Muse. 

L'atmosfera inizia a scaldarsi sin dagli inizi del cambio palco. Quando le manson di Bellamy vengono portate sul palco per l'accordatura, vengono salutate con delle ovazioni. 

Finalmente alle 21.10 l'attesa termina. Iniziano a salire alti i rumori dei synth che ci vogliono introdurre ad uno start pirotecnico. Invece dei Muse, sul palco iniziano a salire un gruppo di ragazzi che brandiscono bandiere, cartelli, indossano passamontagna neri o rossi e inneggiano alla rivoluzione. Le luci completano il quadro di una coreografia da delirio. Gli slogan sui cartelloni dei manifestanti recitano frasi come ”they will not control us”, “come let the revolution take it's toll” e quando Howard inizia a scandire il tempo, accompagnato dal tappeto del basso di Wolstenholme nessuno può fare a meno di saltare al ritmo di Uprising.  

L'ingresso in campo di Bellamy è salutato dal pubblico con lo stesso entusiasmo che generalmente si riserva agli idoli calcistici e l'intero pezzo di apertura viene eseguito come una marcia. Il pubblico è ai loro piedi, l'atmosfera è bollente e, finalmente, il concerto entra nel vivo. Per mantenere alto l'interesse, ad "Uprising" seguono "Supermassive Black Hole" e "New Born". È degenero. Il caldo è insopportabile, ma la gente ne vuole sempre più. "Map of the Problematique", "Hysteria" e "Starlight" guidano il gruppo delle canzoni dei vecchi album, mentre in rappresentanza di "The Resistance" del 2009 vengono proposte "United States of Eurasia", "Undisclosed Desire", "Resistance" e "Unnatural Selection", che chiude la prima parte di concerto per concedere ai quattro (i tre Muse più Morgan Nicholls, turnista abituale) una meritata pausa che non va comunque oltre i 5 minuti, scanditi tra l'altro dal coro “Happpy B-day to you” cantata a Matt,  il quale compirà 32 anni tra meno di un paio d'ore. 

Il rientro con "Unintended" (tratta da Showbiz del '99) ed "Exogenesis part 1" lasciano presagire che sia giunto il momento del relax, ma l'esecuzione a “tradimento” di "Stockholm Syndrome" fuga ogni dubbio: oggi la band di Teignmouth ha una gran voglia di fare casino! 

Chi conosce Bellamy e soci sa che non lasciano mai lo stage prima di aver suonato almeno un paio d'ore, mentre chi li vede per la prima volta potrebbe addirittura pensare che lo show sia volto alt termine. 21 brani eseguiti con tanto di intro ed outro per alcuni di essi. Scenografie spettacolari come l'astronave che spunta dalle spalle del palco facendo penzolare giù un'acrobata che compie piroette sospesa in aria durante Neutron star collision, la gita su una passerella che si solleva di 15 metri dal palco al centro dello stadio per eseguire Undisclosed desisre o l'inaspettata salita sul palco di Nic Cester dei Jet per eseguire la cover di "Back in Black" degli AC/DC (dimostrando per altro una potenza vocale incredibile). 

I Muse mantengono le aspettative. Ultimo breve encore e poi di nuovo sul palco, stavolta indossando un abito nero con led che si illuminano ad intermittenza per Mattew, e pronti a scatenare un nuovo inferno. "Take a bow" per prepararci al peggio e poi la sequenza di chiusura con "Plug-in baby" e "Knights of Cydonia". Una chiusura del genere manda in delirio 55 mila persone e l'entusiasmo è alle stelle.

Il bilancio dell'esibizione è dunque il seguente. 2 ore e 15' di musica, interrotta solo da  due brevi encore da 5 minuti l'uno; 24 brani di potenza e qualità e uno spettacolo visivo che forse non ha eguali. Il palco stesso era imponente, i led erano ipnotici e i videowall proiettavano immagini che aiutavano a percepire la musica a 360°. Il tutto rinchiuso nella cornice di San Siro, uno degli stadi più belli al mondo. Sinceramente non ho altro da aggiungere, se non un grazie ai Muse per le emozioni regalate. 

 

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