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sabato 04 aprile 2020

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Recensione: Codeina - Quore Hidalgo Picaresco

04.07.2010 - Giulia Lubian



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Titolo: Quore Hidalgo Picaresco
Artista: Codeina
Etichetta: Vacation House Records
Anno di uscita: 2010
Genere: rock, punk
Voto: 5

 

 

È impossibile approcciarsi a qualsiasi novità senza il più piccolo barlume di pregiudizio, positivo o negativo che sia. Appena si manifesta qualche elemento seppur vago da analizzare, catalogare, possibilmente riconoscere, ecco che siamo già al punto di non ritorno della fantomatica “prima impressione”, sia questa un’increspatura delle labbra o un accenno di sorriso. I Codeina si sono guadagnati i miei migliori preconcetti: a pelle, a istinto mi piacevano. Sono sensibile alla fascinazione estetica di un disco: copertina accattivante, nome dell’album criptico, i titoli di quattro tracce su dieci da cercare sul dizionario. E poi una biografia telegrafica, originale. Queste faccende mi conquistano. E poi?

Poi rimane la sensazione confusa di aver ascoltato dieci canzoni, o forse una sola. Poche scosse a cui ancorare la memoria. Uno schema che si ripete. Un ritmo che si ripete. Le canzoni si aprono quasi tutte con un riff aggressivo e coinvolgente che però viene puntualmente lasciato morire di inedia, incastrato nella ripetizione pedissequa delle stesse note. Sul finale qualche arrangiamento lo accelera o lo distorce, ma non abbastanza da risvegliare l’attenzione. Assolutamente nessun aiuto viene dal testo, soffocato dalla musica per la maggior parte del tempo, abbastanza monotono quando è percepibile.

Ciò che viene in mente sono i concerti della scuola in palestra: buone idee disperse nel marasma di un rumore indistinto. Far fatica per tentare di orientarsi, per cercare di cogliere il senso delle parole o la diversità di un suono. Qualcosa in più la si trova ne “La eco” per le sue distorsioni acquatiche di risonanze liquide, la voce che si sente meglio che altrove sembra raggiungerci attraverso indefiniti strati materici. “Piorrea” è l’emblema del punk-rock liceale, genere sacrosanto e apprezzabilissimo, che però va incarnato con una carica decisamente maggiore di autoironia. Anche “Tesla vs Marconi” sembra promettere bene, col suo ping pong strumentale di suoni che si sfidano e si scontrano, salvo poi perdersi nello solito errore di una ripetitività sterile. Alla lunga anche le migliori idee possono annoiare a morte. Qui ci sono senz’altro, ma come si fa ad accorgersene?

 

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