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mercoledì 16 ottobre 2019

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Recensione: Cranberries @ Roma In Rock

13.07.2010 - Valentina Berdozzi



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Sapete quando il tempo sembra non essersi mai fermato e non aver camminato impietosamente avanti come -da tiranno spietato- a volte sa fare? Sapete quando si è una band famosa e navigata, di grande esperienza e con le pareti piene di riconoscimenti, premi e dischi d’oro ma nel cuore lo spirito è quello del piccolo complesso degli inizi, tutto dedito alla realizzazione di un prodotto di qualità, che abbia un quid di unico, un’etichetta propria, un sigillo personale? Ora aggiungete un repertorio di cinque album (corredati di versioni “deluxe” e “complete session”); il freddo clima dell’Irlanda del Sud, un batterista (Fergal Lawler), un chitarrista (Noel Hogan), un bassista (Mike Hogan) ed una cantante (Dolores O’Riordan): ecco i nuovi-vecchi Cranberries. A metà tra Europa e Inghilterra; tra rock, pop, indie e folk; tra passato e futuro; intimismo e rabbia; pugni e sorrisi; rotture e reunion. “Loud and clear” cantavano e suonavano. E al concerto romano dello scorso lunedì, apertura della manifestazione RomainRock edizione 2010, i Cranberries sono tornati a cantare forte e chiaro. Riuniti -per uno show storico- dopo una pausa di sette anni, un periodo di necessario riposo e vari progetti solisti. I Cranberries ci sono e, dal palco dritti fino al cuore dei loro ascoltatori, sono pronti a gridarlo. La decisione di sciogliersi, arrivata perché voluta dalla cantante del gruppo irlandese nel 2002 dopo un tour internazionale legato alla promozione del primo Best of, otto anni fa ha colto di sorpresa il mondo musicale e tutti i sostenitori della band, abituati ad una voce duttile e sublime, ad un modo di cantare sentito e viscerale e a melodie ricercate ma di grande presa. Poi, lo scorso anno l’atteso annuncio: quello relativo alla reunion ed al progetto di tornare- a fine 2010- di nuovo in uno studio d’incisione per produrre un nuovo cd. In mezzo un tour mondiale –il Reunion Tour- che, partito dagli Stati Uniti lo scorso ottobre, sbarca ora in Europa e, dopo la data dell’Heineken Jammin’ Festival lo scorso 3 luglio, fa tappa nella capitale, che accoglie la formazione irlandese con il metaforico abbraccio dei 6000 fans dell’Ippodromo delle Capannelle.

Entusiasti di fronte ad uno spettacolo dirompente, diretto, intenso, semplice, magnetico. Niente scenografie sontuose, niente luci accecanti, niente video o megaschermi a catturare l’attenzione del pubblico: la forza dello spettacolo sta tutta nei pezzi che i quattro di Limerick eseguono sul palco, testimoni e forieri di un successo mondiale che li ha portati dal primo album “Everybody else is doing it, so why can’t we?” del 1993 a sdoganare un sound fatto di accenti rock, sfumature pop e pennellate folk, arricchite da una vena lirica che cresce in testi di analisi –a volte anche spietata nella sua voglia di realismo- della quotidianità. Niente incanti e niente inganni: il centro dello show è la musica e la sua dirompente interprete, voce che non passa e che salta da ogni tonalità, si tuffa in ogni nota e amplifica ogni passaggio. Perché regina assoluta della notte dei Cranberries è proprio la cantante del gruppo dinamica, vivace e a suo agio come non mai sul palco dell’estate romana. Dolores è stata la musa di un live dai suoni magici e di un’atmosfera unica, fatta vibrare dai successi di sempre e dalle hit del percorso solista. Così tra “Dreams”, “Salvation”, “Zombie”, “Linger”, “Ode to my family”, “Just my imagination”, “Animal instict”, “Analyze”, “Ridicolous thoughts”, “I can’t be with you” e tutti gli altri brani che hanno fatto la storia del gruppo, ecco intonati “Ordinary day” o “The journey”, le tracce del cammino in solitaria, che ben si collocano in un contesto fatto di canzoni che rappresentano lo scheletro del pop-rock-indie anni ‘90. Quella musica che è stata protagonista assoluta della serata, con tutto il repertorio dei quattro “mirtilli” irlandesi. E non importa se non ci sono pezzi nuovi con cui impressionare il pubblico o con cui solleticare un uditorio a secco di nuovi brani firmati unitamente da tutti i componenti; non importa se tutto è già noto e non ci sono cd nuovi da proporre e far sentire ai critici. Ciò che importa è che c’è una band sempre giovane e sempre verde che il tempo (e le vicissitudini della vita) non scalfiscono; ciò che importa è che c’è sempre l’entusiasmo della prima volta, l’emozione dell’incognita, la purezza dell’inizio.

C’è tutta la cifra originale di un gruppo che ha saputo fermarsi nel momento in cui stava sentendo di perdere i contatti con la parte più vera ed autentica di sé ed ha voluto ricongiungersi ad un sound che sapesse di vera ispirazione autentica. Magnetici come non mai, affascinanti come non mai; veri e lirici come non mai. E se Dolores ha salutato i 6000 delle Capannelle con la sua “Dreams” e la certezza che i sogni continuamente cambiano, uno solo è il messaggio: se il mondo cambia, c’è qualcosa che non cambia mai: la voglia di fare ottima musica ed emozionare dal palco. Tutti insieme, uniti e ri-uniti.

 

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