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mercoledì 19 febbraio 2020

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Recensione: Pulled Apart By Horses - Pulled Apart By Horses

12.09.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: Pulled Apart By Horses 
Artista: Pulled Apart By Horses 
Etichetta:

Transgressive/Cooperative Music

Anno di uscita: 2010
Genere: post punk, rock
Voto: 7

 

«Back to the fuck yeah

The Crampsons

High five, swan dive, nose dive

Yeah Buddy

I punched a lion in the throat

I’ve got guest list to Rory O’Hara’s suicide

Get off my ghost train

Meat balloon

Moonlit talons

The lighthouse

Den Horn»

 

Chi avrebbe mai affermato che dalla Leeds fumante delle carcasse perenni del dark antracite venisse fuori una rilettura coinvolgente, magari un pò faticosa, ma del resto faticosa come ciò che ha un peso e un senso, della “pugna elettrica” e primaria e selvaggia del rock’n’roll ? Non ci avrebbe mai scommesso nessuno, all’infuori di questi quattro sguagliati teppisti che si fanno chiamare “Pulled Apart By Horses” che con il loro omonimo debutto cercano di prendere un percorso sognato da protagonisti e chiudersi alle spalle il cerchio del tenebroso passato della destrutturazione post-punk.

Diretta o meno sia la connessione , poi in effetti, con le ultime bordate del sopraccitato punk, i PABH graffiano energia e deturpano pedaliere per cercare di dare un nuovo volto al sound inglese, di strattonare l’interesse pubblico dei fruitori rock oltre le moine figaccione del brit-pop; è a sentire le casse stereo affaticarsi a vomitare watt e adrenalina la cosa sembra riuscire alla grande, specie negli output mentali che il quartetto  - già a partire dal nome “Squartati dai cavalli” spendono e spandono a livello industriale.

Chiaramente – e non perché sia una band agli esordi – se qui si cercano le grandi hit da appuntare sul bavero della storia, è meglio lasciar correre, ma se ci si vuole mettere in tensione e guardare in cagnesco un sopruso, una malefatta subita ingiustamente, qui c’è pane e sound per i vostri denti, sempre che alla fine la band ve ne lasci qualcuno a disposizione.

Tutto è una folle corsa di schitarramenti e pelli da guerra, undici piste che sembrano baciate dalla sacra ustione di Biffy Clyro sia per l’istantaneità del tempaggio che per la sequenza di gola raschiatissima che il vocalist Tom Hudson usa come una lametta nel contropelo; undici piccole dannazioni che si rinforzano man mano che il disco prende il giro e che sottoscrivono – come in un patto già scritto – pogo, stage diving e tutte quelle macchinazioni invalidanti che il giovane scapigliato osanna e anela.

“Destroyer” un giorno qualcuno urlò e lo slogan viene raccolto anche qui dentro, nelle furie di “The Crampson”, “High Five, Swan Dive, Nose Dive”, “Got Off My Ghost Train”, tende agguati nel doom pesante “Den Horn” e complica la vita agli assertori del “suono del rincuor”  in un accenno obliquo di rintracciabilità pseudo- melodica “I Punched A Lion In The Throat”.

I lungimiranti di settore della carta stampata d’Oltre Manica li hanno innalzati a “nuovo morso in attesa di carne da lacerare”, mentre loro, grazie anche ai benefici di Internet e al modo in cui esso sta stravolgendo le dinamiche della comunicazione di massa, sono diventati fenomeno da battaglia per orde di appassionati; cosa resta di questo ascolto? Tanto, a cominciare dalla strafottenza vincente, a seguire una botta come dopo ingurgitato dieci caffè e a finire un’intensità sfregiante che – andando avanti – si potrebbe trasformare in qualcosa di molto, ma molto serio.            

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