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sabato 18 gennaio 2020

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Recensione: Katy Perry - Teenage dream

12.09.2010 - Valentina Berdozzi



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Titolo: Teenage Dream
Artista: Katy Perry
Etichetta: Capitol
Anno di uscita: 2010
Genere: pop/dance
Voto: 4

 

Due anni fa, dichiarando di aver sognato di baciare una donna, aveva fatto il suo trionfante ingresso nello showbiz musicale mondiale. Si era fatta sentire e s’era anche fatta sentire bene, imponendosi e divenendo -di lì a breve- una delle nuove icone pop. E quindi erano arrivati un tour nazionale, i video scenografici e i successi; la permanenza prolungata nella Billboard americana, il paragone con Madonna e la conduzione degli Mtv European Music Awards. Ora, alla vigilia della seconda pubblicazione dopo il precedente “One of the boys”, l’obiettivo era uno: dimostrare di non essere solo una “one-hit wonder”. E proponendo un’immagine di sé “carammelosa” –tutta finta innocenza e marshmallows-, giocando col sempieterno mito della scatenata ragazza della West Coast – occhiali da sole, costume e divertimento- la pin up Katy Perry offre al mondo, tra nuvole rosate e intenso profumo di fragola, la sua seconda fatica discografica, “Teenage dream”, in cui canta eroina moderna di un’atmosfera fatta di zucchero filato e bon-bons che scoppia già dalla copertina del cd. Una Katy Perry tutta occhioni dolci, pizzi merletti e panna montata che, in bilico tra pop, dance ed elettronica, interpreta pezzi gradevoli ad un primo ascolto ma, nel complesso, poco originali e privi di verve e personalità. Nonostante le importanti collaborazioni di nomi del calibro di Tricky Stewart, co-produttore dell’album, e del celeberrimo hit-maker Max Martin, forse il più grande pop producer/songwriter del music system americano, le 12 canzoni che compongono l’adolescenziale sogno della Perry scivolano via con l’inconsistenza e la leggerezza dello zucchero a velo che si scioglie in bocca. Sequenze di note che si susseguono sempre troppo uguali a se stesse; arrangiamenti elettro-dance che si ripetono; ritmi incalzanti che si appoggiano a melodie senza spessore; voce modulata da effetti sonori speciali che sa più di mixer e computer che di ugole vere: la ragazza della West Coast, nata e cresciuta a Santa Barbara, offre solo un sogno caramellato che, appena ingerito, lascia in bocca un po’d’amarezza e nelle orecchie il sospetto del già sentito, l’idea della copia, della ripetizione di se stessi e della superficialità nel riproporre -rendendole però più povere- tutte le idee e quel sound r’n’dance che erano la cifra caratteristica della prima fatica discografica. E se l’esperienza di “One of the boys” era stata apprezzata proprio per la freschezza dei suoi spunti e la sua ventata di novità aveva permesso alla signorina Perry di affermarsi come la pioniera del nuovo pop/dance, ora quello stesso approccio –irrimediabilmente lontano- è solo un ripiegamento su se stesso imbellettato e nascosto sotto una studiata veste grafica. Così, tra hit come la scatenata “California Gurls” (la U è da leggere come omaggio proprio ai californiani Beach boys) cantata in duetto con Snoop Dogg, la forsennata “Last Friday night” o la gradevole “Fireworks” –a mio avviso il pezzo migliore dell’album assieme alla penultima “Hummingbird Heartbeat- le altre tracce si confondono assorbite da ritornelli orecchiabili ma monotoni ed una voce che non brilla. Inconsistente, ripetitivo, frivolo, leggero, banale, solare, divertente: il Teenage dream della Perry è un poliedrico prodotto di ingegneria e marketing musicale che, grazie alla sua spensieratezza e alla tanto inneggiata voglia di divertirsi made in the West Cost, sarà una delle colonne sonore di questo cambio di stagione. Prima di svanire ed essere irrimediabilmente catalogato con la sua rosata carica di nuvole zuccherate, carie, sogni e caramelle targata California 2010.

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