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domenica 29 marzo 2020

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Recensione: Anathema - We're Here Because We're Here

20.09.2010 - Matteo Chiocchi



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Titolo: We're Here Because We're Here
Artista: Anathema
Etichetta: Kscope
Anno di uscita: 2010
Genere: Alt Rock
Voto: 9

 

“Cavoli…sto troppo fatto!!Sento una musica celestiale!”

“Noooooo…è il disco nuovo degli Anathema

 

Un risveglio. Dopo un sonno profondo che ci ha intontito, ci stropicciamo gli occhi e sbadigliamo sonoramente. Un occhiata alla sveglia rivela che è ancora prestissimo, e la poca luce che entra dalle finestre fa presagire che il sole non è ancora sorto. Ci sfugge l’ultima volta che abbiamo visto il sole sorgere…o forse qualche dettaglio ci torna a mente…In effetti una piccola reminiscenza di  eccezionali serate d’estate passate fra falò nella notte, musica e qualche eccesso, e terminate con uno stanco ritorno a casa dopo aver visto il sole sorgere, ci è rimasto impresso a fuoco nella mente. E’ qualcosa che risale ad un paio di mesi fa, ma che sembra davvero già così lontano. Potrebbe essere un’idea questa mattina vedere il sole che si leva, tanto ormai si è svegli. Allora di corsa ci si veste, e con l’indolenza tipica di chi è appena sveglio usciamo e ci rechiamo sul tetto. Appena in tempo, e veniamo investiti dalla poesia del fenomeno, un esperienza che giorno per giorno testimonia naturalmente come per ogni cosa ci sia sempre un nuovo inizio, un nuovo capitolo, una nuova vita, un altro respiro. 

Questo è il magnifico disco degli Anathema. Un risveglio, un alba che ci riempie con tutti i suoi colori. “We’re Here Because We’re Here” spazza via in pochi attimi tutti i dubbi che potevano essere emersi in questi sette anni di silenzio creativo e problemi finanziari, che avevano contraddistinto il curriculum della band dei fratelli Cavanagh. 

Il gruppo inglese avvalendosi dell’apporto in fase di mastering di Steven Wilson dei Porcupine Tree, rilascia anche questa volta un disco dalla capacità emotiva sorprendente, in grado di lasciare una canzone alla volta l’ascoltatore letteralmente senza fiato. “Thin Air” è un’alba di fine estate goduta su di un promontorio spazzato da una leggera brezza, uno sguardo al sole tra i tetti fumosi di una metropoli del terzo millennio. Sospinta da un crescendo magistralmente orchestrato da voci che si rincorrono, la traccia d’apertura esplode sorprendendo colle sue chitarre a metà tra post rock e psichedelica lasciandoci intontiti e sorpresi.  La successiva “Summer Night Horizon” si presenta come una ballata pianistica, per poi turbinare in un vortice di chitarre, voci ed emozioni contrastanti.

“Suddenly…Has New Meaning” canta dolcemente  Vince Cavanagh nell’eccezionale “Dreaming Light” lasciandoci quasi vedere un campo di girasoli che lentamente dopo essersi aperti si volgono verso la luce che poco alla volta illumina il mattino.  

“Everything” racconta la vita primigenia, il primo respiro di un bimbo, un‘unione familiare fatta di sorrisi ed emozioni, e ad ogni ascolto sembra quasi raccontare gli inizi del mondo in un modo sempre diverso. “Angels walk among us” cerca di guardare attraverso la realtà, per capire se i piccoli segni che ci sfuggono o che interpretiamo come casuali o legati alla natura in verità possano significare qualcosa di più profondo e trascendente.

“Presence” riporta all’improvviso gli Anathema decadenti dell’eccezionale “A Natural Disaster” incrociandone le tematiche con gli strani e bizzarri personaggi che Mr Steven Wilson al mastering aveva già incontrato ed inserito nei primissimi lavori della sua band.

Riccorono i Porcupine Tree e i Pink Flyd nella lunga “A Simple Mistake”, brano spaziale e lisergico nel quale la band inglese si conferma veramente investita dal sacro furore compositivo. “Universal” coi suoi sette minuti esplora il cielo stellato, decolla nell’universo per guardare il nostro mondo da un’ottica differente, più pura.  “Hindsight” chiude  tra nebbioline e fumi psichedelici (in un continuo rimando ai Pink Floyd o ai Marillion di “Afraid of the Sunlight”) in maniera elegante e brillantemente sontuosa, uno dei lavori più intensi e carichi di pathos degli ultimi anni, lasciandoci spiazzati e frastornati dopo tutte le emozioni che ci ha in rapida successione suscitato. Capolavoro.

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