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lunedì 28 settembre 2020

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Recensione: Skunk Anansie - Wonderlustre

20.09.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: Wonderlustre
Artista: Skunk Anansie
Etichetta: V2
Anno di uscita: 2010
Genere: Pop
Voto: 3

 

Anche le pantere prima o poi finiscono per essere addomesticate dalla loro furia selvaggia e dall’istinto primordiale di mordere, saltare e fare a pezzi ogni scomodo contorno. Nessuno può sfuggire a quel sadico marchingegno chiamato “industria discografica seriale” che ti capta quando non sei nulla, ti corteggia e ti lascia spago per pochi giri e poi – una volta che sei inebetito dal primo successo – scatta infallibilmente – ti lima  e ti plastifica fino a renderti innocua  cassa di risonanza da palinsesto radiofonico, devitalizzato, ripulito sistematicamente da qualsiasi libero volere.

“Skin” e gli “Skunk Anansie” – da poco riassemblati sull’altare sacrificale di tale industria – sono stati riprogrammati a dovere per fare cassa continua sugli scaffali di un hit-pop che lascia il tempo che trova; ad un anno dal mediocre “Smash and Trashes” la band inglese si ripresenta al mondo con “Wonderlustre”, nuovo album d’inediti e consueto – anche se ben fatto tecnicamente – mix di pop e smerigliature rock pronto ad assaltare l’etere e un inverno di tour spasmodici. Ma è inutile, l’urlo primitivo di Deborah Skin Dyer, l’animale rasato dalla dentatura bianca come avorio è oramai un ricordo tormentato, un deliquio piegato nella dimensione fashion delle regole dei registri di cassa.

E se la spoletta viene a mancare definitivamente, non aspettiamoci nessuna deflagrazione, la pantera nera si è fermata negli anni 90 sulle lave di “Paranoid & Sunburnet” e “Stoosh”, poi la lenta e perpendicolare discesa nel mainstream patinato, dialogante e indolore, un passaggio/operazione che ha distrutto tutto.

E sono qui a perpetrare l’ennesimo colpo gobbo a forma di dollaro sottoforma di undici tracce piene di miele, melassa e glucosio che s’impenna su chitarre elettriche ammanettate “Over The Love”, “The sweetest Thing”, prova ad attentare un hard rock monco “It Doesn’t”, fino a sciogliersi in quelle ballatone da pomicio alternativo con l’accendino acceso come testimone di un amore col lucchetto “You Saved Me”, da sospiro dubitativo “Feeling The Itc” e “My Love Will Fall”; il tratto distintivo continua essere di quell’agilità accattivante, i temi scattanti ed orecchiabili, ma è il riciclo “dello scontato” che si equipara ai tanti ed inutili esempi di musica poppys che ci vengono sdoganati come lattine vuote.

Disco “non pervenuto”, assolutamente da circoscrivere tra le cose più stanche che si possano trovare in circolazione; non me ne voglia la pantera nera, ma eravamo abituati a soffrire di goduria per i suoi arrembaggi anarchici tra un ampli e l’altro, mentre sbranava microfoni, folle e inni salvifici. Tutto cambia in peggio è vero, il mondo non è più quello di una volta e le giungle sono scomparse da un pezzo. Carpe Diem.      

              

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