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mercoledì 26 febbraio 2020

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Recensione: The So So Glos - The So So Glos

20.09.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: The So So Glos
Artista: The So So Glos
Etichetta: Green Glow
Anno di uscita: 2010
Genere: Alternative
Voto: 7

 

I rumors sonori che arrivano dai bassifondi di Brooklin fanno sempre il “pieno”, raccolgono oltremodo il fetido marasma underground che zampilla – spesso dall’innocente e poca notorietà in cui cresce – ottime divagazioni espressive che, dall’estremo opposto di comunicati ufficiali, arrivano dirette a tam tam alle raccomandazioni d’ascolto da pescare tra le trascinanti novità che valgono la pena cogliere al volo.

Debutto significativo questo dei The So So Glos, quartetto infuocato “diretto” dai fratelli Levine, il primo capitolo di una band che lascia stupiti per maturità e intenzioni; forse è il vantaggio d’essere americani, magari la propensione – da parte nostra -  a trovare nuovi giacimenti sonici nell’esterofilismo tout court, ma alla fine dei giochi quello che conta è l’impatto, e questi quattro rissosi teppistacci dall’alitaccio di Whiskey la sanno lunga.

Il disco, ha dalla sua parte il potere di spingere la band verso un pressochè interesse generale; pur sorretto da riferimenti tangibili e riscontrabili nelle alcolosità refrattarie Dohertyane “Irish Rose”, “Junkie Story”, e nelle feritoie poco raccomandabili dei Rancid e Specials ancora in vena di dialogo “The Fistcuff” e “We Got The Days”, l’insieme di queste quattordici tracce strappa una godibile interpretazione di tutto quello che può essere out, in altre parole il disagio e la strafottenza che si allinea ad un lo-fi di base e ad una scontrosità elettrica filo-garage che alternativamente si sgarra e si ricompone, una tensione alcolemica che strizza l’occhio al Sixties sound come al punk indie mansueto, disarmato da lamette e strampalatamente radiofonico.

I The So So Glos tengono il passo ad un valore d’ascolto che si può cogliere a seconda del senso e della velocità con cui si fa girare; da una parte si potrebbe parlare anche di pop drogato di visioni psichedeliche “The Dead, The Gone & The Cosmos”, dall’altra come di un rubinetto aperto di bassa fedeltà “impazzita” che si lascia ricantare come una “buona compagnia” per giornate di sole e ozio “Seventeen”, “Black And Blue”.

Le webzine americane hanno già speso ed espresso il loro entusiasmo per questo lavoro primo della band, gli amanti incalliti delle chitarre elettriche storte e distorte innalzano lodi e noi, cercatori  in palla di feedback dal basso, a “ragion sentita”, applaudiamo soddisfatti.          

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