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mercoledì 22 gennaio 2020

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Recensione: Televison Personalities - A Memory Is Better Than Nothing

03.10.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: A Memory Is Better Than Nothing
Artista: Televison Personalities 
Etichetta: Rocket Girl
Anno di uscita: 2010
Genere: Pop
Voto: 2

 

Agli Television Personalities, storica band del circondario londinese, in pista dal 1978 – da precisare che della formazione originale rimane vivo e vegeto il solo frontmen Daniel Treacy -  caduti nel dimenticatoio e riesumati dalla corrente dell’indie britannico d’ultima generazione e dalla corporazione celebrativa del “più siamo e meglio è”, le idee non sono mai mancate, ma a tenere il passo con gli anni sulle spalle e la fantasia in esilio è arduo cammino.

E come se il tempo non fosse mai passato eccoli nuovamente a calcare le scene discografiche con “A Memory Is Better Than Nothing”, il numero venti della loro carriera in bilico tra buio e timido sole, sempre innamorato e rapito dal soft pop psichedelico prevalentemente stirato su cifre strumentali e liriche sulle quali le endorfine vengono allontanate con un birignao birichino; ma quello che viene caldamente raccomandato è di non saltare a conclusioni affrettate, l’ascolto è ancora peggio, da prendere con le molle e dire addio ad ogni speranza almeno per quello che si potrebbe secernere dottamente dalle liriche.

I vegliardi – o almeno indotti dal leader maximo – saltellano sui praticelli verdi e in fior di un brit-pop al limite della decenza fisicamente conservativa, un disco che senza mezzi termini imbarazza e fa arrossire per la tenacia evergreen al botulino cui pretende di stare al passo con i tempi, vuoto di vuoto e pieno d’inesistente che fa scordare velocemente o disconoscere in un battito di ciglia un passato esperenziale anche di un certo rispetto; se poi vogliamo insistere sul versante comunicativo l’eccitazione va a sposarsi con le suole delle scarpe.

Questa recitazione su tracce che chiedono pietà e strizzate di nervi minaccia seriamente di minare il sistema nervoso dei vecchi aficionates della band che al sentire di questa strana accolita ricomposta alla rinfusa si rivolterebbero come guardiani della rivoluzione presi per i fondelli; muffa, ruggine, umidità e iniezioni di canfora vanno ad intarsiare povertà inaudite come la beatlesiana “She’s My Yoko”, la ballata con le tarme di trombe e violini “The Girl In The Hand Me Down Clothes”, il catetere che scivola sul punk-noise geriatrico “My New Tattoo” o – nel finale – la definitiva rasoiata sulle vene di chi ingenuamente presta orecchio della ninnananna letale di “The Good Anarchist”.

Forse un dramma psicologico o un neo realismo sull’arterosclerosi galoppante, meglio ricorrere alle loro incisioni datate anni 80 per conoscerli pienamente, ora il tempo delle mele è archeologia biologica e il verme se né scappato per sempre.

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