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giovedì 06 agosto 2020

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Recensione: Laetitia Sadier - The Trip

10.10.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: The Trip
Artista: Laetitia Sadier 
Etichetta: Drag City
Anno di uscita: 2010
Genere: Alternative
Voto: 9

 

L’esperienza maturata da Laetitia Sadier come vocal leader degli Stereolab, poi con i Monade non poteva consumarsi senza travalicare lo spirito espressivo di un qualcosa di tutto suo, dove sfogare delicatamente la profonda intensità e un’attenzione imprevista da dedicare – con i toni non drammatici della morte -  alla sorella suicida poi stigmatizzata in “One Million Year Trip”.

Approfittando dello stand-by degli Stereolab, gruppo principe della sua storia musicale, la Sadier va a legittimare questo suo desiderio solitario in The Trip, passionale e fosco lavoro indie –pop che mette in sintonia, a presa diretta, una forza interiorizzata e un pugno d’emozioni che vanno ad aprire spazi e arredamenti che una volta catturata l’attenzione, difficilmente te né fa sbarazzare in fretta.

Animata dalla volontà di ricreare le atmosfere diradate e nebbiose di un mondo a parte, l’artista si circonda di nomi illustri quali April March, Richard Swift, Emmanuel Mario e Julien Gasc, e manda in stampa una certa cultura della sua storia, un lavoro sui sentimenti, pacati, diffusi e leggiadri di quello che in fondo si sente di essere, velata musa dei sospiri e delle delicatezze sussurrate, un trasognante passpartout per altri confini mai segnati.

Tre le cover che passano tra i solchi “By The Sea” di Wendy & Bonnie, “Un Soir Un Chien” di Les Rita Mitsouko – tratta da un frame di un film di Jean-Luc Godard e “Summertime”, poi nove inediti a plasmare stati di consumo d’anima e contaminazioni riflessive, specchi sognanti e girandole di spirito.

Una moderna Nico che si reincarna nella malinconia di purezze cristalline? Un raggiunto documentario sonoro frammentato in piccole gocce d’ambra nera? Pura verità, e il songwriting dell’artista francese si colloca seducente e ricco tra il pathos dell’indie e un elegiaca fragilità dai caldi colori arrugginiti dell’autunno; sembra di camminare tra la pioggia annoiata “Fluid Sand”, contare le foglie secche che si lasciano cadere senza gravità “Natural Child”, guardare la schiuma bavosa del mare mentre passano tra i ricordi gli indaco dei sixties “Another Monster” o disegnare sulla sabbia le buffe gibbosità di Botero “Ceci Est Le Coeur”.

Un disco che si conficca senza mezzi termini in quel solco indelebile della solitudine color seppia, che funziona a meraviglia come una cioccolata calda in cui gli occhi riflettono tutte le varie sfumature del marrone, mai inteso come deleteria apparenza del sottostrato della debolezza, ma come colore comprimario di un’arcobaleno trasversale che irretisce con il suo sfolgorante opaco. 

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