Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


giovedì 01 ottobre 2020

  • MP News
  • Musica

Recensione: Cobalt - Gin

17.10.2010 - Giuseppe Paxìa



Recensione: Danzig - Red Deth Sabaoth

“Stremati o non stremati, ma i Danzig son tornati”. Il vocione da baritono di Glenn Danzig risuona...
Leggi l'articolo

Recensione: Kiling Joke - Absolut Dissent

  “The Raven King” e “Here Comes the Singularity” sorprendono per bellezza ed...
Leggi l'articolo

Recensione: Iron Maiden - The Final Frontier

Tutti d’accordo che non è “The Number of the Beast”, però questa nuova fatica targata...
Leggi l'articolo

Titolo: Gin
Artista: Cobalt
Etichetta: Profound Lore Records
Anno di uscita: 2009
Genere: post metal
Voto: 8

 

Il genere metal e le sue infinite coniugazioni sono un interessante oggetto di studio per sociologi e musicologi. Si tratta del genere allo stesso tempo tra i più conservatori e i più innovati/innovativi oggi in circolazione. E’ innanzitutto un genere musicale che ancora riesce a collegarsi a forme di aggregazione identitaria e a codici comportamentali ed estetici che credevamo estinti con la fine del ventesimo secolo. L’antropologo metallaro Sam Dunn, nel suo documentario “Metal - A Headbanger's Journey”, dichiara che “se sei stato metallaro rimani sempre metallaro”. L’affermazione non è priva della retorica che contraddistingue qualsiasi dichiarazione degli aficionados del genere, ma non è lontanissima dalla verità. Mi riesce difficile pensare ad un genere musicale che sappia smuovere i sentimenti di appartenenza al gruppo di riferimento e di rifiuto per l’”outgroup” altrettanto efficacemente. Strettamente connesso a questo sentimento di “affiliazione” è il concetto, spesso citato dai “kids”, di “purezza” dell’heavy metal. Questo concetto naturalmente si collega all’idea di adesione completa e acritica a determinati standard sonori (ed etici/estetici) immutabili. Eppure il metal è il genere musicale che più di ogni altro ha dato vita ad una quantità quasi infinita di sotto-generi. Dove è andato a finire allora il concetto di “purezza”? Altrove ho fatto riferimento alla teoria della “polarizzazione” di Stoner per spiegare questa apparente dicotomia. Non mi voglio però in questa sede dilungare oltre, mi basti dire che la citata stereotipizzazione di suono ed estetica tipica di questo genere, di fatto, fa sì che i rari album metal che si distinguono dalla massa, che osano magari estremizzando alcune caratteristiche “tipiche” del genere, abbiano veramente 'qualcosa in più', qualcosa di sfuggente, una sintesi di mestiere, ispirazione e pura e genuina originalità, qualcosa che non ha molto a che fare con la tecnica musicale, qualcosa di indefinibile e impalpabile che li rende immediatamente dei classici. “Gin” è uno di questi album. 

Si tratta di un lungo concept dedicato a Ernest Hemingway (il giovane soldato ritratto in copertina) e Hunter S. Thompson, e già questo basterebbe a distinguerlo dai suoi “cugini” in ambito black. Sebbene il retroterra dei Cobalt sia senza dubbio quello del black metal di Emperor, Immortal e Darkthrone, è molto probabile che “Gin” non andrà giù ai puristi del genere. Non troverete teste di caprone, pentacoli e croci rovesciate qui dentro, ma poesia oscura e una veemente passione inquieta; non troverete il solito "rassicurante", conservatore e ormai poco incisivo black metal che non impressiona più nemmeno le vecchiette del supermercato, ma troverete una grande varietà di influenze, di ritmi, un post-rock/metal potente immerso in fangosi drone. Troverete degli spaventosi riff di chitarra neri e pastosi quanto lo furono quelli dei Neurosis di “Through Silver in Blood”, ma con una intensità più rauca e abrasiva e allo stesso modo grandiosa e potente. Tutti gli elementi citati sono in perfetto equilibrio tra loro, nulla suona forzato o eccessivamente "calcolato", sebbene qualcuno accusi i Cobalt di eccessiva freddezza. 

 I Cobalt sono un duo, anche se durante le registrazioni Phil McSorely, sergente dell’esercito degli Stati Uniti, era di stanza a Baghdad quindi Erik Wunder, uno dei più grandi batteristi metal (e non solo) oggi in circolazione, si è occupato di quasi tutta la parte strumentale. Il fatto che si tratti di una musica molto “progettata”, quasi sintetizzata nel laboratorio personale di Wunder, non la rende però meno “romantica”. Il mood oscuro e seducente di questo album crea veramente un senso di coinvolgimento e intensità inusuali. Lo definirei un controllato caos creativo, farcito da alcuni tra i più suggestivi e interessanti drumming sentiti di recente e da splendidi riff di chitarra. C'è la splendida title track, forse il pezzo più black, che apre l’album con un cupo arpeggio acustico strisciante, fangoso, per poi esplodere in folate di riff potenti e grintosi. "Dry Body" è un rituale oscuro, un pezzo sciamanico e quasi ambient (come lo possono essere gli Earth di “Hex…”) della durata di quasi nove minuti. Poi c’è "Arsonry", con il suo drumming furioso perso nella tempesta dirompente della chitarra, la splendida "Throat", uno dei riff più psichedelici del metal tutto, la collerica “Stomach”, la strabiliante cavalcata epica di “A Clean, Well Lighted Place”, probabilmente l'apice del disco. GIN è un lavoro davvero originale ed intrigante, apocalittico, che offre molto a chi ha voglia di tuffarsi nel suo nero fango, ed è senza dubbio già un classico. Da ascoltare senza pregiudizi di sorta.

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.