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sabato 14 dicembre 2019

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Recensione: Royksopp - Senior

17.10.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: Senior
Artista: Royksopp
Etichetta: Wall Of Sound
Anno di uscita: 2010
Genere: ambient, electro-pop
Voto: 2

 

 

No, non c’è questione che tenga. Torbjorn Brundtland e Svein Berge, il duo algido, il midollo emotivo dei Royksopp non hanno proprio il senso e il centimetro della misura, non conoscono il frammezzo e tantomeno il tra e il fra nelle loro rimanenze di studio.

La coppietta Norvegese ha essiccato, col suo morso gelido, quel timido bagliore pop al battito di denti e quella parsimoniosa parvenza di “energia allegra” che davano segni di vita – appena un anno fa –  in quel disco “Junior” tanto acclamato quanto un disgelo fuori ordinanza ed ora si è ripresa con questo nuovo “Senior” tutta quella voglia di vita, per reprimersi ancora nel buio totale di una riflessione catartica e – ancor peggio – di un’ortodossa pietra tombale di malinconia e depressione che viene ad inneggiare il distacco atmosferico dalla corteccia cerebrale di chi ha la fortuna/sventura di caderci dentro.

Un dark side project proiettato più sulle segmentazioni alla Air, un animoscopio freddo, oscuro, che volge un preoccupante colpo d’occhio al tempo che corre e fugge via nella vitalità come nelle energie, una rivisitazione identitaria che gira in questo disco come un feroce spiffero malato, un taglio lamellare di brividi avviluppati in quella consueta rarefazione gassosa che allontana voracemente ogni positività.

La migliore tradizione Royksopp si annulla in una pozza nera di cose stracotte che in circa quarantacinque minuti d’orologio forniscono un completo catalogo – interamente strumentale – di tutti i toni, sottotoni e sfumature su cui si regge ogni impalcatura della noia estrema, ed è un vero peccato, una bestemmia ibernata che viene tenuta in sordina per non recapitarla direttamente a questi due ex-geni che ci avevano ammaliati come ghiaccioli sciolti con i sensazionali ieri di “Melody A.M.” e “The Understanding”.

Noi scriviamo di musica e spesso ci tocca passare anche per “camere del dolore” che quasi non ci facciamo più caso, una mosca cieca senza benda che oramai si consuma come uno stuzzichino, ma sentire “buchi neri” come questo è puro dolore d’affezione per il fu e null’altro che si possa affidare a qualche battuta di tastiera.

Forse vi piaceranno il dinoccolato di sinth che si agita per nulla in “Tricky Two”, l’aria consumata dei posti chiusi “The Drug”, la sinfonia di morfina xilofonata “Coming Home” o magari l’autolesionismo space di “A Long, A Long Way”, sui gusti non si può discutere, o meglio non si sputa, ma una volta che arriveranno i conati di noia narcolettica rivedrete meglio questo proverbio. 

 

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