Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


sabato 14 dicembre 2019

  • MP News
  • Musica

Recensione: Black Helicopter - Don’t Fuck With the Apocalypse

23.10.2010 - Massimo Sannella



Recensione: The Black Angels - Phosphene Dream

I Black Angels si sono scrollati di dosso un po’ del loro solito sound, la perfetta equazione Doors+Velvet...
Leggi l'articolo

Recensione: Black Country Communion - Black Country

Prendete tutti i gruppi hard rock bluesy che vi vengono in mente, quelli più classici e quelli contemporanei,...
Leggi l'articolo

Recensione: Aucan - Black Rainbows

on sembra ci sia modo di arrestare la fuga di cervelli che affligge l'Italia da anni, non con questa classe politica...
Leggi l'articolo

Recensione: Hillstomp - Darker the Night

Mischiare antico e moderno, non solo nella musica, è un'operazione di sicuro lodevole, ma allo stesso tempo...
Leggi l'articolo

Titolo: Don’t Fuck With the Apocalypse
Artista: Black Helicopter
Etichetta: Ecstatic Peace
Anno di uscita: 2010
Genere: Alt Rock
Voto: 8

 

Si è fatto attendere questo “Don’t Fuck With the Apocalypse”, ma né valsa la pena, perché i bostoniani Black Helicopter sanno dove demolire le resistenze e le linee stordenti delle nuove e strampalate tendenze a procreare il nulla, e nulla può sfuggire alle loro interazioni con l’old school dell’alternative tanto che Thurston Moore dei Sonic Youth li ha caldamente contrattualizzati nella sua etichetta Ecstatic Peace, e se lo dice lui il valore intrinseco di questa band è alle stelle.

Il quartetto americano sapientemente scopre il coperchio di una pozione sonora che rilascia fumigazioni acri, intrise di malinconica velenosità e colpi bassi e inaspettati per certe protuberanze eccentriche che lambiscono una psicotropia alla Flaming Lips, Butthole Surfers e quelle territorialità in cui scorrazzarono Dinosaur Jr e Mission Of Bhurma; ma per fugare ogni dubbio qui non siamo davanti alle crepe di un rock che delle dispersioni elettriche ne ha fatto pane e companatico, piuttosto dentro una miscela infiammabile che prende l’avvio anche da ballate di tela grezza e dalla pulsione epilettica “Golden Days” – con tanto di la la la la – “Pickle Jar” e “King Shit” che incantano per le architetture ritmiche e vocali.

Inseguire un’ indole di netto contrasto con le nuove cinematiche rockers non sempre paga, e se paga non il giusto, tanto vale perseguire quello che la strada ti ha insegnato e la giusta energia che non sempre è sfruttata come dovrebbe, e la lezione i quattro di Boston l’hanno recepita al meglio, preferendo spesso l’anomalo che al normale, tutte assemblazioni soniche che una volta messe al posto giusto – come in questo forte disco – ispirano, rimangono e cadenzano l’attento ascoltare.

Stupendo nella cavalcata epica di “Invasion Of Prussia”, oscuro il viatico nelle latrine di Lou Reed “None Taken”, scaleno nella quadratura sbilenca “Class Action” e febbricitante nel garage di “Idiot Son”, questo piccolo gioiello dalla forma rotonda è la componente giusta che fa tirar fuori il coraggio tenue e l’incandescenza inossidabile del vero suonare rock, della capacità di stupire in fondo con poche cose, ma quelle poche cose su cui posano i grandi manifesti sonori degli incorruttibili capolavori.         

 

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.