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sabato 29 febbraio 2020

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Recensione: Dreamend - So I Ate Myself Bite By Bite

23.10.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: So I Ate Myself  Bite By Bite 
Artista: Dreamend  
Etichetta: Memphis Industries
Anno di uscita: 2010
Genere: Alt Folk
Voto: 7,5

 

Un certo carico d’avventura ci vuole prima di intraprendere questo corto viottolo sonoro nel mondo finto/fatato di Ryan Graveface, cervello e braccia dei Dreamend nonchè bassista dei Black Moth Super Rainbow; avventura perché è come addentrarsi nel retroscena di un incubo colorato di Tim Robbins e girarsi di scatto nelle dulcimerìe piacevoli dell’ancient folkleristing, sempre a fil di lama tra magie silvestri e il flusso di pensieri e idee di un serial killer – protagonista sommesso tra le righe di questo disco -  fresco d’omicidio e attratto dalla voglia di reiterarne le gesta su altri. 

Questa può suonare come una bacchettona avvertenza prima di metterci l’orecchio, ma poi presi dall’irresistibile dolce forza centrifuga e pervasi dalle suggestioni armoniche che gironzolano dentro, essere magari anche complici se non addirittura emissari di questo serial killer può suonare come una vincita al lotto e te ne freghi a testa alta di essere un nome in più su di un eventuale registro degli indagati del sogno Dreamend.

Sui negozi con questa loro quinta uscita discografica, la band di Chicago devia dal precedente "The Long Forgotten Friend"  - forse il più impersonale della loro creatività elettro - per lasciarsi galleggiare in alto, farsi impregnare totalmente dal suono “primadonna” del banjo e di tutta la corollazione field folk della chitarra, dei xilofoni e di quell’aria fine e allucinatamente impastata di canne e chiloom che fa tanto freakout e ozio rigenerante; se in apparenza il fancazzismo sonoro d’impatto può essere la cosa che più va a colpire l’immagination vague di qualche ortodosso baciapile del folk “maschio”, la realtà è ben altra , e un piccolo capolavoro filigranato di bellezza soffice e tenerone come un cuscino di mais dove sopra si sono sdraiati sorridendo alle nuvole Iron & Wine e Sufjan Steven, dunque fornito d’ottime credenziali per raggiungere e toccare le sentimentalità giuste di chi quell’orecchio lo ha già dilatato al massimo in attesa di captarne le “brezze”.

Il coro alticcio “Where You Belong”, il banjo sculettante “Magnesium Light”, la spennata slabbrata che gratta “My Old Brittle Bones”, il primitivismo del battito rock “Aching Silence” e il macramè surfing di “Pieces” sono solo alcuni esempi dal mare magnum dell’ìbridazione stilistica che i nostri Chicagoani percuotono come un meccanismo di ricercata implosione nelle viscere adulterate del folk isoscele. Non gridiamo al miracolo né alla canonizzazione, ma un  infinitesimale wow “per grazia ricevuta” ci sta!      

 

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