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domenica 20 ottobre 2019

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Recensione: Manic Street Preachers - Postcards From a Young Man

10.12.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: Postcards From a Young Man
Artista: Manic Street Preachers 
Etichetta: Columbia
Anno di uscita: 2010
Genere: rock
Voto: 4

 

Non si è mai potuto conoscere l’aplomb definitivo della band Gallese, come non si è mai compresa la traiettoria che vorrebbero andare a parare, un continuo spostamento tra le sporgenze rock che non li ha caratterizzati minimamente per tutto l’excursus della loro carriera; ora pare il turno d’approcciare al pop orchestrale e quello che si va a costatare è una flebile venosità che non fa rumore, slingua sul lettore e si eclissa come una fuga di gas. "Postcards From a Young Man" è un disco che ulteriormente abbassa le difese e le attese di una band al limite del caricaturale, inarrendevole nel rimanere senza crescita, insubordinato come un teenager troppo sviluppato; le cartoline che sono pubblicizzate dai Manic Street Preachers sono cartoline ingiallite che non sanno più dove essere spedite, ed è un accantonamento totale di quello sprizzo primordiale che li aveva visti personaggi -  con "The Holy Bible" -  mustang della nuova ondata dell’United Kingdom per piegarsi man mano a favore di un’eterna giovinezza che si va a romanticizzare tra miele, pruderie e palinsesti radiofonici che lasciano l’amaro in gola e il conseguente acido da reflusso nello stomaco. I tre Manic, Wire, Moore e Bradfield, già avevano dato a vedere e sentire strani sintomi di questa decadenza con i precedenti "Lifeblood" del 2004 e "Send Away the Tigers" del 2007, poi tutti si è avverato e la definitiva disfatta si squaglia in quest’arruffamento registrato senza capo né coda; la pomposità d’archi, cori, le movenze febbricitanti fuori luogo di Bradfield, le chitarre che si arroventano in taluni episodi ma che lasciano solamente polpastrelli arrossati sono null’altro che robetta per testardi melensi ed insensibili. Niente che possa lievitare una parvenza di “discreto” agli passabile, una fuga massificata di personalità che scimmiotta – per quello che gli è rimasto di possibile – il selvaggio patinato Kravitziano "Hazletown Avenue", una sbirciata sugli occhioni dolci di Robbie Williams "Postcards From a Young Man", una pomiciata nel college rock con l’ausilio di Ian McCulloch degli Echo and The Bunnymen "Some Kind of Nothingness", lo sculettamento rockies alla Slade qui in compagnia di John Cale "Auto-intoxication" e – per far digerire malamente il tutto – un riempiticcio grossolano di scarti che beccano il ricantabile per noia di reazione "It’s Not War", "Don’t Be Evil" e "Amen". Ogni cosa ha la sua brava fine, il deliquio è alla gola e i Predicatori di un tempo farebbero meglio a zittirsi nel mea culpa; una sana tisana è cosa di gran lunga più eccitante. Davvero.        

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