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mercoledì 16 ottobre 2019

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Live Report: King of Leon @ Futurshow

12.12.2010 - Ivan Di Napoli



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La giornata è fredda, ma il clima non scoraggia nessuno. L'appuntamento è di quelli che son segnati sul calendario da almeno un paio di stagioni, quindi non si può mancare. Biglietto stretto in mano, coda agli ingressi e corse folli verso il sottopalco. Sembra quasi di dover assistere al live di una boyband, mentre invece si tratta dei Kings Of Leon.  Come già detto, l'appuntamento è importante e Bologna risponde presente riempiendo il palazzetto in ogni ordine di posto, confermando un sold out annunciato da tempo.  Forse parlare solo di Bologna risulta quantomeno riduttivo dato che nei parcheggi si vedono macchine e pullman con targhe provenienti da ogni parte d'Italia e addirittura d'Europa.  

Verso le 19.50 l'atmosfera si fa palpabile, il giovane pubblico si scalda già solo all'ingresso sul palco di un paio di tecnici e la sete di musica si palesa nell'eccessivo calore con il quale vengono accolti i The Whigs, band scelta per aprire il concerto. Il trio della Georgia si presenta sul palco spavaldo, in stile camicia a quadrettoni aperta, canotta e skinny pant ai limiti del soffocamento. Parker Gispert, Tim Deaux e Julian Dorio imbracciano i propri strumenti e iniziano a suonare facendo oscillare le loro folte capigliature ad un vento artificiale degno delle migliori parodie di rock band delle commedie demenziali. Peccato che loro non stessero affatto scherzando.  

I loro riffs heavy distortion fanno venire in mente dapprima una versione meno tecnica dei Wolfmother. Dopo qualche canzone si passa ad un ispirazione Cobainiana (passatemi il termine) ma con molta meno cattiveria e molto meno grunge e dopo un altro paio di pezzi, azzardando l'ennesimo paragone immeritato, saltano in mente i Pearl Jam, ma anch'essi reintepretati senza convinzione. Insomma, un gruppo spalla che personalmente mi ha lasciato parecchie perplessità e non mi ha assolutamente introdotto al pezzo forte della serata, se non altro per l'atteggiamento da star consumate con cui hanno calcato un palco non loro e per la presunzione di catturare un pubblico che sicuramente era li per cercare ben altri livelli di qualità.  Fortunatamente la loro performance non supera i 35 minuti.  Durante il cambio palco, la gente impaziente del parterre pensa bene di spingersi ancora più vicino al palco creando un clima irrespirabile nelle prime file ed eliminando gli ultimi residui di spazio vitale. Un'attesa che definirei straziante.  

Fortunatamente alle 21.20 ci pensano Caleb Followill e tutti i suoi talentuosi parenti a dissolvere nel nulla ogni piccola imperfezione e a farci tornare in mente che nonostante un lungo viaggio per raggiungere la location, il freddo e la band di supporto, il vero motivo per cui giaciamo ai piedi di questo palco sono i Kings Of Leon, e il resto conta poco. Si inizia subito, un paio di note a vuoto di Cameron e Jared per testare l'impianto, una rullata violenta di Ivan per scaldarsi e, senza chiacchiere, parte "Crawl". “Hi, we're Kings Of Leon” dice Caleb in piedi  tranquillo dietro all'asta del microfono e dopo i quattro colpi di bacchetta parte "Molly's Chambers".  

La loro qualità dal vivo è qualcosa di inimitabile. Come terzo pezzo, la scaletta propone "Mary", il primo dei pezzi del nuovo “Come Around Sundown”, l'ultimo album studio della band, ma a metà esibizione si verifica un imprevisto grave e fastidioso che per poco non provoca una sommossa popolare: salta di netto l'impianto audio e rimangono accese solo le spie del palco. I 4 rimangono un po' spaesati, ma nonostante l'inconveniente continuano a suonare, portando a termine il pezzo visibilmente imbarazzati. Caleb si scusa e in pochi minuti i tecnici riescono a ristabilire l'ordine, ma a farne le spese sono le successive "Fans" e "Revelry", rimaste quasi orfane la chitarra di Cameron, notevolmente abbassata per evitare un nuovo rischio grip e decisamente sovrastata in quanto a volumi da tutti gli altri strumenti. Sinceramente non so a chi possa essere attribuita la responsabilità di questo inconveniente. Se ai tecnici della band o a qualche responsabile del palazzetto. Quel che è certo è che ad un evento di tale portata, bisognerebbe arrivarci perfettamente preparati.   Fortunatamente il resto del concerto si svolge in maniera quasi perfetta.

 

Durante lo svolgimento dei pezzi seguenti (http://www.setlist.fm/setlist/kings-of-leon/2010/futurshow-station-bologna-italy-33d2a0c9.html clicca qui per vedere la scaletta) risulta evidente a tutti quanto la band sia impeccabile dal vivo e come anche i pezzi estratti dal nuovo album, non certo osannato dalle critiche per la presenza di troppi pezzi da accendino e di cori da palazzetto, acquistino nuova linfa e nuova carica. L'incredibile voce di Caleb poi, meriterebbe un capitolo a parte, ma sono sempre più propenso ad osannare il lavoro corale di una band che funziona piuttosto che le individualità.

"Pyro" e "On call", suonate di seguito entusiasmano il pubblico. Entusiasmo che sfocia in delirio quando, appena prima dell'encore, viene introdotta "Use Somebody", accolta con un coro  di fans all'unisono che così forte non si sentiva dai tempi del “Poo-po-po-po-po-po-po” dei mondiali del 2006.  Cinque minuti di pausa e si ricomincia. Il rush finale prevede tre canzoni, tra cui "Sex On Fire", singolo che ha regalato notorietà alla band a livello mondiale, infatti il pubblico non sta più nella pelle. Segue la potente "Black Thumbnail", che si chiude con uno spettacolo pirotecnico di scintille e fuochi d'artificio, volto a simulare l'esplosione e la distruzione dell'impianto luci che si ergeva alle spalle della band durante tutta l'esibizione, dopo di che calano i titoli di coda di uno show spettacolare.  

 

Se figli di Ivan “Leon” Followill, Pastore di Franklyn, Tennessee, da bambini giravano il sud degli Stati Uniti accompagnando il padre a predicare, adesso che sono cresciuti si stanno spingendo verso il resto del mondo. Non predicano più, ma suonano portando in giro il calore del loro southern rock durante i loro lunghi tour. Fortunatamente questo calore, è riuscito a scaldare le anime di 10.000 persone accorse per ascoltarli in un palazzetto della periferia della gelida Bologna, almeno per una notte.  

 

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