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sabato 04 aprile 2020

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Recensione: John Grant - Queen of Denmark

19.12.2010 - Massimo Sannella



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Titolo: Queen of Denmark
Artista: John Grant
Etichetta: Bella Union
Anno di uscita: 2010
Genere: Looner Folk
Voto: 8

 

La parabola dei texani Czars è finita molto in fretta, ed è un vero peccato non assaporare più i loro cerchi d’armonia lirica, ma in soccorso a questa mancanza arriva il loro cantante, John Grant, intenzionato a tramandare in solitaria quelle sospirazioni gravide d’emozioni sofferte e amori che non cicatrizzano; “Queen of Denmark” squarcia il silenzio forzato creato dallo scioglimento della band, e con l’aiuto dei Midlake, Grant si accasa con la Bella Union - etichetta fondata dai Cocteau Twins – e torna ad inseguire quella capacità di scrittura semplice e tesa che dal primo ascolto s’identifica in un piccolo miracolo di gusto ed equilibrio. In sella ad un folk pop commisto, vaporoso e duttile, l’artista esalta un romanticismo limpido e coinvolgente, che stuzzica riflessioni e solitudini da esorcizzare, un disco che non risente minimamente di quei forzati up & down fisiologici che si verificano in registrati dove amore è l’equivalente di noia, ma – al contrario – si candida per la pole position del nuovo cantautorato oltreoceano come un’indulgenza regale sotto mentite spoglie. Bellissima voce impastata su salivazioni seventies e intimità recondite, queste sono le prerogative che si confessano nell’ossatura di tutte le dodici tracce che fanno quadrare canzoni assolute senza il superfluo, sgrassate dall’esasperazione e molto riflesse sull’infanzia di Grant, dai primi amori omosessuali e i blitz nel negozio di caramelle e dolciumi “TC and Honeyabear”, “I wanna go to Marz”, oppure plasmate sulle radiofonicità anni ’70 che riesumano le tipicità incantevoli di Carpenters e Harry Nilson “Caramel” e “Queen of Denmark”; l’essere omosessuale in una provincia bigotta l’ha segnato nel profondo, e questa linea a nervo teso conferisce a tutto il lavoro un senso di “bilancio personale”, una promozione di causa che non vuole impacchettare lo scampolo di una vita border, piuttosto una ritrovata energia a mettere le carte in tavola e giocare la partita “diversa” della vita, partita che si sente molto bene nelle beatlesiane “JC hates faggots”, nel pianoforte ragtime “Silver platter club” e – alchemica mistura di Bowie ed Elton John – nella commossa “Outer space”. John Grant ci racconta in musica e parole la sua svolta verso un cantautorato espressivo in cui è ritornata la voglia di parlare del suo mondo capovolto e che sembra aver ritrovato la propria strada, la membrana che lo soffocava si è lacerata ed ora a lui, “intelligente”, il futuro sorride e l’ascolto ringrazia.                  

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