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sabato 18 gennaio 2020

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Recensione: Pianos Become The Teeth - Old Pride

09.01.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Old Pride
Artista: Pianos Become The Teeth
Etichetta: Topshelf/Bear Trap
Anno di uscita: 2010
Genere: Hardcore
Voto: 8

 

Disperazione e dolore che s’impennano ad estetica. Non una scossa feroce di terremoto, ma d’assestamento che mette in guardia spiriti e necessità intrappolate nella vanificazione dei silenzi e delle congetture. Il quintetto di Baltimora, “Pianos Become The Teeth”, con  “Old Pride”, suggellano il patto palese teso tra hardcore e post-rock e lo firmano con una sequenza lacerante di screamo e giugulari punk  che stillano copiosamente  sangue e alienazione. Rancore e sprazzi d’etera lucidità minano a puzzle l’intero vertebrale di questo furioso registrato in cui precipitano le ibride svenature degli At The Drive In, le costipazioni nipponiche degli Envy e il contingente urlante che dai Funeral Diner finisce con i The Black Dahlia Murder; un disco in cui la disumanizzazione e una certa antigravità scatenante – tutt’altro che scontata – segna il moto selvaggio dell’impulso a spaccare tutto lo spaccabile. Ma anche un disco che si confronta con le fragilità emotive, con quelle titubanze nervose che si provano dopo uno scarico furibondo d’adrenalina, e di conseguenza una stimolazione uditiva che è combattuta tra forze del bene e del male e che tiene sul filo rosso dell’attenzione anche l’ascoltatore più portato a stufarsi nel breve giro. Quell’underground primario, ma di filiera,  i nostri americani l’hanno lasciato nel ricordo, ora è tempo di fare a pezzi l’emozionalità, di brutalizzare e addolcire nel frattempo la scena alternative con otto piste che – anche se patiscono di un poco la non debordante poliedricità espressiva – tuttavia afferrano per il collo e fanno trattenere il fiato; Kyle Durley non si crea scrupoli ad ibridare soluzioni contrapposte, urla da ossesso in “Filial”, da il via al noise drammaticamente core “Quit benefit” e ricama di pressioni sofferte “Prev” e “Pensive” per poi coprire – con il manto oscuro del post-rock, quello da fremito -  “Cripples can’t shiver” e “Young fire”, quest’ultima traccia splendida di decadentismo e nerofumo dark d’eccelsa intensità sfuggente. Non sempre la disperazione equivale ad un gioco perverso, e i Pianos Become The Teeth lo danno da intendere, prima con la loro indocile caratteristica del convivere col caos, poi con quella commozione graffiata -  di un cuore duro ma in fondo tenero dentro – che si muove come un elefante in una cristalleria, e unendo questi due tratti salienti ne viene fuori questo disco, una buona conferma che “sbraita” carte perfettamente in regola per giocarsi la partita quella vera.               

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