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domenica 15 dicembre 2019

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Recensione: Giubbonsky - Storie di Non Lavoro

15.01.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Storie di Non Lavoro
Artista: Giubbonsky
Etichetta: -
Anno di uscita: 2010
Genere: Cantautorato swingato
Voto: 9

 

E’ il suo primo lavoro, il numero Uno della sua speriamo lunga carriera. ed è gia il Numero Uno della mia personalissima hit list di cantautori che senza arrampicarsi in pindarismi e grattachecche astruse, con il mai innocente rimastichìo di problematiche, riflessioni, contingenze, sfighe, delusioni da Sinistra e sfruttamenti sentimentali a catena, riescono a far bollire l’attenzione restaurativa di belle cose, temperandone mire, dolcezze e fiordipelle da distribuire come gocce d’acqua dentro l’arida contemporaneità che stiamo calpestando. “Giubbonsky”, al secolo Guido Rolando, artista “responsabile” di quello che firma che scrive, urla soavemente e sbatte in faccia dal mare dell’irresponsabilità “costituita” in cui nuotiamo, una sfilza di perle sonore e di scrittura che in “Storie di Non Lavoro” fanno parte di un sogno implacabile di giustizia e libertà che capacitano il senso di ribellione fino alla bestemmia coscenziale per ritrovarsi d’un botto a non fare più un cazzo estremo nell’oggi, come ripensando – dai nostri divani con isola – a reperti culturali di un secolo che non ci appartengono più. Nove piste scapigliate dal vento degli anni settanta, nove poesie urbane che riprendono tutta la saliva amara e ironica di Vecchioni, Gaber, Jannacci e Gianco, nove dolci fendenti che sfilettano impegno politico e solitudini in un evento autentico e attualissimo; ci sono dischi che passano immediatamente come acqua di rubinetto, altri che ti si impattano – come questo - come benemeriti tarli negli orecchi e non ti mollano più e che fanno riaddrizzare una mescolanza di speranze e risvegli umani in un catalogo vero d’intellettualità di strada e di confine. Tra ritmi sinuosi folk-mex, piroette di sax che conservano stranamente essenze di Fred Bongusto “Non Lavoro”, l’album  scorre e ti plagia nel suo bardo generazionale che torna ad analizzare la precarietà di lavoro “Rio Preca”, la mafia “Forza Mafia” o i sogni distrutti d’aggregazioni creative e vincenti “Senzacqua”, e poi dietro a questa “organizzazione sonora” imbastita da Giubbonsky ti puoi riscoprire con qualche anno in meno e un etto di cervello in più, forse non n’eravamo più abituati, né qui né altrove dove è realtà da sempre, ma ora i segni di quel, di quei tempi sono ritornati qui, tra queste stupende tracce implacabili.  

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