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Recensione: The Decemberists - The King Is Dead

05.02.2011 - Marcello Moi



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Titolo: The King Is Dead
Artista: The Decemberists
Etichetta: Capitol
Anno di uscita: 2010
Genere: Folk, Country
Voto: 6

 

Dopo solo un anno e mezzo dall'uscita dell'ambiziosa opera rock “The Hazards of Love”, i decabristi più famosi della scena musicale tornano alla ribalta a ritmo di folk armati di spighe di grano, cappelli di vimini e niente popò di meno che Peter Buck dei R.E.M. (presente in tre tracce). L'eclettico frontman Colin Meloy deve aver pensato a una bella gita in campagna per riprendersi dal duro lavoro dell'album precedente, o almeno questa sembra essere la teoria più plausibile per spiegare l'indole insolitamente demodè di “The king is dead”. Al diavolo l'indie, il rock e pure gli ammiccamenti prog inseguiti per ben sei album; stavolta la ricerca del suono cede il posto al folk, “british” secondo i Decemberists, in realtà così “redneck” e bifolco da sfociare in più di un'occasione nel country. Rimane tuttavia sempre folk, unico e vero rifugio di musicisti che hanno bisogno di fermarsi a riflettere. “The king is dead” non si discosta molto dalle coordinate del genere e non è un disco che potremmo definire memorabile (gli stessi Decemberists sono riusciti a fare molto di meglio con l'ottimo “Her Majesty”), ma rimane comunque un album ben fatto, orecchiabile e perfino con qualche momento di inaspettata brillantezza (personalmente ho trovato deliziosa la semplicissima “Rox in the box”).  

Sarebbe fin troppo scontato dire che quest'album lascerà un po' di amaro in bocca nei fans di vecchia data, che magari si sarebbero aspettati un ennesimo slancio di creatività. Meno scontato è invece provare a immaginare cosa ci riserveranno i Decemberists in futuro: riprenderanno la loro tradizionale sperimentazione o questo 2011 potrebbe significare un deciso cambio di rotta? Ecco che improvvisamente “The king is dead”, con la sua musica gioiosa, ma sempre riflessiva e calma, assume il significato dell'attesa e del passaggio a un nuovo equilibrio. Potremmo chiamarlo un disco “in divenire” che, per quanto sia lontano dalla perfezione a cui ci eravamo abituati, probabilmente contiene già tutti gli spunti per i dischi dei prossimi anni. 

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