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sabato 11 luglio 2020

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Recensione: Pj Harvey - Let England Shake

14.02.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Let England Shake
Artista: Pj Harvey
Etichetta: Island
Anno di uscita: 2011
Genere: pop rock
Voto: 4

 

Mick Harvey, John Paris e Jean-Marc Butty sono sempre loro, quella che è cambiata è lei Polly Jean Harvey, l’artista che muta pelle ad ogni uscita discografica, il camaleonte femmina che nella sua carriera ha fustigato sensualità viscerali di hard blues, velluti sinuosi di canzone d’autore e quei macramè d’avanguardie rock seleniche tanto anelate dalla sua spiritualità cangiante, maledetta e introspettiva. “Let England Shake” porta il numero otto della sua storia, il magico segno di tante credenze incantatorie, ma anche il numero dell’azzeramento radicale della PJ come l’abbiamo inalata fino a questo momento, e che già nelle pieghe del precedente “White Chalk” si avvertirono certe scosse e informalità di cambiamento che ebbero necessità di sfogare un qualcosa di non ben definito. Dunque una nuova vita per Polly? Una nuova fase artistica che bolle dentro? La 41enne rockstar ha lasciato da parte le asce dissotterrate del suo rock slabbrato e arso, è una donna ora che ha paura, ha bisogno di narrare e non aggredire i cantos delle sue visioni, torna ad amare la propria patria e vive un “trainspotting” crudo e buio, la guerra, la morte, i fumi e i deliri delle vittime che interpreta come parte offesa, anch’essa vittima e carne oltraggiata oltre i fili spinati, dentro le fosse scavate dagli eventi; non parla più di se, non si mette in mostra come stella antagonista di loud sexy e ghigni impostati, ora è intenta a recuperare brandelli di poesie bruciate nel fuoco che -  se sorrette da un’ascolto affezionato la forza centrifuga d’ansia si lascia sopportare – altrimenti possono far nascere dubbi e perplessità che si trascinano agganciate al giro fisso del disco. Diciamocelo francamente, un disco sotto tono che non va ad intonare nessun Alleluia, un cambio abito fuori stagione e fuori fuoco che non rende giustizia agli Harveynauti incalliti e nuovi adepti, corde semiacustiche ed elettriche che vanno a contarsi sulle rare tastiere, qualche buona pompata di sax e trombone e poi lei, con quella voce intrisa di coscienza e variazioni cromatiche che vanno a adattarsi ad ogni curva timbrica espressiva, ma è l’azione propulsiva che non si coglie. Un disco che nasce provvisorio, traballante, forse un tentativo per allontanarsi dall’autocompiacimento, ma non bastano  le spennatine folk-blues di “The Words That Maketh Murder” e “ Bitter Branches” a fare carico, nemmeno il flamenco svuotato di “On Battle Hill”, mettiamoci pure il reggae zoppo di”Written On The Forehead” e la ballata scarna “In The Dark Places” vanno a dare quel significato netto che si dovrebbe comporre per definire qualcosa in merito; una scelta o svolta che si voglia troppo versata al minimalismo e che già i maligni accentuano come la fine creativa di un’artista che ha bruciato tutto in poco tempo, stemperata e rilassata come un limone senza più succo da versare. Forse facendola incazzare di nuovo l’encefalogramma sonico piatto ricomincerà a dare segni di rock.                     

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