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giovedì 24 settembre 2020

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Recensione: White Lies - Ritual

25.02.2011 - Federico Romagnoli



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Titolo: Ritual
Artista: White Lies 
Etichetta: Fiction
Anno di uscita: 2011
Genere: post-punk
Voto: 7,5

 

Fra le band attese alla seconda prova, difficile ricordarne una che abbia ricevuto più stroncature dei White Lies. Si è fatto passare un po' di tempo prima di recensire "Ritual" proprio per curiosità verso la ricezione da parte della critica musicale, che non ha smentito le aspettative e conferma la sua stagione di declino irreversibile. In particolare le riviste americane, sono state di una ferocia inaudita, prendendo il disco come capro espiatorio per attaccare per l'ennesima volta la scena britannica e la stampa che la supporta, con motivazioni del calibro di "sono derivativi", "sono eccessivamente pomposi", "è musica da stadio". Come già espresso altre volte nelle nostre recensioni, lo troviamo un atteggiamento infantile: una mossa chiaramente politica, mirata al campanilismo, a una sottile tipologia di machismo/fascismo psicologico, a far risaltare la propria credibilità, non rendendola solida col proprio merito, ma attaccando e delegittimando il metodo altrui.  

Che poi il disco possa non piacere è legittimo, ciò che non è accettabile è che debba pagare la frustrazione della stampa americana e ritrovarsi stroncato solo in quanto "simbolo" di un'estetica che da quelle parti non riesce a attecchire. In sostanza, non è accettabile nel 2011 la cantilena secondo cui la stampa britannica sarebbe corrotta e narcisista nella sua interezza, se una critica del genere viene rivolta da riviste come Pitchfork, nelle cui liste e "Best of" sembra non esistere null'altro che l'Impero Statunitense.  

"Sono derivativi"? E' tutto da vedere: riprendono alcuni stilemi post-punk, alla stessa maniera in cui musicisti ambient in quelle riviste tanto esaltati riprendono stilemi dalla musica ambient precedente, e lo stesso dicasi per i cantautori o i rapper, con cui pure vanno a nozze. E' da chiedersi per quale motivo soltanto a chi propone post-punk e generi correlati (synth-pop su tutti) venga imputata la macchia della derivazione, mentre il primo sfigato con voce stonata e chitarra acustica che passa per strada possa diventare il nuovo Bob Dylan. "Sono eccessivamente pomposi"? Primo, è da chiedersi perché essere pomposi in una certa direzione sia ammesso, con Joanna Newsom che si permette di fare album tripli e canzoni di venti minuti, o Sufjan Stevens che pure raggiunge simili lunghezze, in dischi iper-orchestrati e caratterizzati da titoli lunghi diversi righe l'uno, mentre alla prima voce a pieni polmoni o stacco di chitarra roboante si gridi all'eccesso. Secondo, viva il cielo che in quest'epoca di tanti presunti Artisti che fanno musica spinti dal Sacro Fuoco e a cui non frega nulla di "vendere" o "fare-i-soldi", resista ancora qualcuno che si rifiuta di mostrarsi forzatamente morigerato e si getta invece con lo sguardo fiero verso l'adolescenzialità più evidente, gridando i propri sentimenti (veri o falsi che siano) a piena voce. Basta con l'estetica della testa bassa e del martirio! Non ci crede più nessuno (o almeno, non dovrebbe crederci più nessuno).

Riguardo al "fanno musica da stadio" poi: per quale motivo la cosa rappresenterebbe un difetto congenito? Non facevano musica da stadio anche i Rush, tanto per citare una band che da sola ha apportato più innovazioni di metà dell'indie-rock attuale? Non sono da stadio i Pink Floyd? L'affermazione inoltre risulta clamoroso autogol, laddove gli ottusi che la formulano si rivelano gli stessi che accusano la band di copiare i Joy Division: ma i Joy Division erano tutt'altro che da stadio, e basta ciò per evincere quanto le due affermazioni non siano compatibili. Se copiano i Joy Division, non sono da stadio, e viceversa. Oppure, prendono la formula dei Joy Division e la adattano alle dinamiche della musica da stadio, ma a questo punto si dovrebbe parlare di "rielaborazione", non più di mera copia. Posto che il trio con i Joy Division ha in realtà ha poco a che vedere (ma purtroppo la pigrizia degli ascoltatori indie attuali porta a ridurre sempre tutto ai minimi termini, per cui se hai un basso post-punk somigli per forza a Peter Hook).  

E' una recensione polemica? Sì, lo è. E' il (pur piccolo) grido di chi è stufo di vedere le band giudicate in base alla propria provenienza: che sarà pure un elemento importante, ma andrebbe conosciuta per poter contestualizzare la band e comprenderne i significati, non per demolirla aprioristicamente. Perché "Ritual", e questo è ciò che tutti si sono dimenticati di dire, è un ottimo disco.  

L'ingresso dell'elettronica da alcuni previsto è arrivato a tutti gli effetti, ma il punto è: produce Alan Moulder (sì proprio quello di Ride, My Bloody Valentine, Nine Inch Nails, eccetera), e il risultato sono dieci pezzi che mantengono un impianto sostanzialmente rock, a cui l'elettronica serve in realtà come abbellimento. Impressionante la varietà del suo utilizzo: puntellare sintetici, ipotesi danzerecce, suoni shakerati, coltri di tastiere, stasi d'organo, sequencer martellanti, imitazioni orchestrali, tremolii, saturazioni, riff numanoidi. Uno spettro ben vasto, che conferisce un carattere diverso a ogni brano e rende l'album una collezione di preziose miniature. Magari non tutti i brani sono perfetti (il singolo "Bigger Than Us" sforza troppo nel ritornello), ma l'insieme è possente: basta mettere al bando i pregiudizi e lasciarsi trasportare dall'emotività e dai testi sinfonico-adolescenziali di "Holy Ghost" e "Bad Love". 

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