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Marlene Kuntz - Uno

Perché scegliere l’eterea perfezione quando si può plasmare il suono fino a farlo diventare perfettamente inesatto?

23.10.2007 - Edoardo Iervolino



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Titolo: Uno
Artista: Marlene Kuntz
Etichetta: Young God Records
Anno d'uscita: 2007
Genere: Alternative Rock/Pop
Voto: 6/10

“Uno” esce dopo due anni dal discreto “Bianco Sporco” e a qualche mese di distanza dall’ultra sensibile “S-Low”, album resoconto della loro turneè ostentata quanto chic. Con l’album del 2006 si erano avvistati primi cigolii, i primi scricchiolii nella composizione di Cristiano Godano: secondo il sottoscritto l’esagerazione di poetica e di studio/esegesi letteraria può soltanto dare un risultato intellettualoide, lontano perciò dall’essere “intellettuale”, che evidenzia molte forzature nell’immediatezza delle liriche.
I Marlene Kuntz confermano la mia sensazione in questo loro ultimo prodotto musicale: “Uno” è, comunque, una creatura studiata, ponderata, delicata, se vogliamo innovativa. Rimane l’ambizione di Godano di divenire l’aedo del XXI secolo, ma, a differenza di “S-Low”, qui riesce a contenere sapientemente i propri istinti di superuomo: le musiche sono minimali, misurate, le parole invece eccedono in cacofoniche locuzioni, originali attributi e termini desueti. Godano però deve ricordarsi di non essere il protagonista di una trilogia mitopoietica.

I Marlene hanno cercato di comporre una colonna sonora per un flusso di coscienza, ma il loro unico risultato è aver costruito un album efficiente sotto più aspetti (in primis quello dell’estetica), tranne che in quello dell’introspezione: il nuovo sound è lontano dallo splendido esordio di “Catartica” e dalla violenza dei testi di “Il Vile”. In “Uno” sono forti gli echi dell’aura (solo quella purtroppo) di Battiato (“Canto”), dell’eccentricità dei Bluvertigo (“Abbracciami”), dell’ipersensibilismo di Benvegnù (“Sapore di Miele”), delle composizioni di Paolo Conte (presente col suo pianoforte in “Musa”) e di quelle di Capossela (“Fantasmi”).

L’album nel complesso riprende la tradizione vincente della musica italiana, ma il risultato si accosta ad un collage ben eseguito, ad un attento decoupage, ad una litografia ben fatta, insomma, ad un falso d’autore. Non c’è nulla di male, per carità: ma dopo tredici anni di carriera, con una decina di album alle spalle, ci aspettavamo qualcosa in più. Hanno distrutto la loro identità fin qui creatasi: non c’è più quel fervore sociale, quell’urgenza urbana e viscerale che ammaliava nei loro primi due lavori, il loro mondo ormai è quello romanzato di Brizzi, Benni e Lucarelli, non più quello che ha come protagonista dei giovani dinnanzi a immani viaggi nel continente americano, ad orsi che si spostano goffamente, a nuotatori aerei e a critici rompi balle.
Il noise italiano è in lutto perché ha perso definitivamente il loro gruppo di massimo successo. Gli intellettuali della musica, quelli veri, sono anche loro scontenti perchè sanno perfettamente che chi nasce rospo non muore cigno. A volte i rospi sono molto più interessanti del candore ripetitivo e ostentato dei cigni.
Oggi abbiamo un cigno in più e non ne sentivamo la necessità. Perché scegliere l’eterea perfezione quando si può plasmare il suono fino a farlo diventare perfettamente inesatto?
Siamo interdetti. “111” , purtroppo, fa guadagnare la sufficienza ai Marlene Kuntz che altrimenti non avrebbero meritato affatto.

Bye Bye Cristiano! Ci vediamo al prossimo appello: conoscendoti rifiuterai il mio 18.

 

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