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mercoledì 30 settembre 2020

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Recensione: The Jackie-O's Farm - Sandland

21.03.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Sandland
Artista: The Jackie-O's Farm
Etichetta: Tannen Records
Anno di uscita: 2011
Genere: Indie pop
Voto: 8,5

 

Qualcosa di nuovo succede nell’underground della Livorno di Piero Ciampi, prima i grandi Malfunk, ora quest’altra giovane band che non ha forse la stessa scapigliata fantasia ma un gusto assai piacevole e un luccichio brillante che intriga. “The Jackie-O’S Farm” sono cinque giovanottoni che mettono in scena un’ elettrificato indie-pop che non cede alla stupidità “da spiaggia”, un neo beat mood che non ha pretese di intellettualismo ma che accentua un carattere sonico quanto basta per eccitare l’ascolto.

“Sandland” è il nuovo e secondo prodotto per questa band, un disco semplice, fornito di quel breeze dondolante che argomenta una propensione a far ballare e che fa pendant con leggere spume di brit-rock, una “scapestrataggine misurata” che farebbe la gioia di palinsesti radiofonici e showcase inimmaginabili, con la spontaneità del loro essere sinceri rockers al riparo di facili luoghi comuni nei quali il genere proposto molte delle volte va ad affogarsi in preda a masochismo sonante.

La loro musica è efficace perché recupera l’energia ormonale e pulsante del rock giovane – non giovanilista – senza distrarsi o divagare nell’esagerazione, anche perché la vertigine se si vuole dare la si può dare con poco, con il tanto si sbrodola nell’effettistica momentanea di uno schiaffo e poi più nulla; accenni di un mondo selvatico e strano, di “free weeling” da addentare “Coffee and cover”, “Lay down”, il running di pellame Maniac Street Preachers “Killer in love”, gli orizzonti arpeggiati delle arcadie country dal dolce spasimo Vedderiano che imbonisce in “Sandland”, “Wild awake”, fanno di questa piccola traduzione di belle cose “che fanno suono” uno strumento in più che - se la leghi al tremolo di organo e alla chitarra stoppata di “Change your mind” – alza la temperatura dello stereo complice allo stato di bollitura.

Hanno l’America in testa, il cuore in una tasca e lo spirito “selvaggio” della buona creanza, i TJOSF in questo secondo appuntamento, confermano e sbandierano una classe ottima che si percepisce per tutto il raggio del rotondo di plastica; il disco ha finito di girare, nell’aria gli ultimi sintomi vitali di “The unknown”, la suo eco stranissimamente Bowieana e una capricciosa e salivante voglia di caciucco.

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