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martedì 07 aprile 2020

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Recensione: Giulia Millanta - Dropping Down

28.03.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Dropping Down
Artista: Giulia Millanta
Etichetta: Ugly Cat Music
Anno di uscita: 2011
Genere: Cantautorato, folk-rock
Voto: 2011

 

C’era chi giurava che il buon cantautorato al femminile “pieno di qualcosa” non sarebbe più tornato fra noi, preso com’è da mille impegni futili per niente interessanti e con le cicatrici del tempo a fare bella mostra sulla sensazione allargata che il suo avvenire sia ormai alle spalle. Non ho idea di come la prenderanno questi giusti disillusi, ma questo “Dropping Down”, secondo lavoro della cantautrice fiorentina Giulia Millanta, batte il pugno sul tavolo con la violenza dell’armonia e si conficca tra testa e stomaco come una voglia febbrile di soddisfare il vuoto di quella disillusione e smaniare – ad occhi chiusi – d’essere parte integrante di questa bella sinfonia cantautorale che pare venire da lontane terre d’America, sebbene delizia tutta Italiana.

L’artista Millanta è una femminilità looner che ondeggia tra storie, recriminazioni e nostalgie come in un party folk di repertori agrette, si muove agile e altolocata su ballate rock e smooth soul; gigioni coriandoli pop in “A long dark road”, easy field rarefatti di ritmo battuto in “Hotel”, in cui telai accennati di un Albuquerque style danno il cenno entusiastico di una Mitchell evanescente, la title track che si ammanta di pulviscolo etnico volatile... Bello lo stop & go della sei corde e dell’inciso struggente di violino “Skulls and bones”, ma bellissima anche la voce della Millanta, una perfetta inflessione yankee che confonde la vera provenienza dell’album, la vera titolarietà lessicale che potrebbe piacere alla parte sonica intima di una Morissette confidenziale in “The old man”, fino ad arrivare alla perla “nera” della tracklist, ovvero la stupenda rivisitazione acustica di “Paranoid” dei Black Sabbath in cui il violino di Fulvio A.T.Renzi e la viola di Paolo Clementi “svisano” dolcemente nella grazia il fuoco elettrico della chitarra “originale” di Iommi.

Dodici piste veramente “autentiche”, un’irruzione di spessore che santifica ad elevazione la gioia d’avere qualcosa di sopraffino da ascoltare sopra il magro bottino sonoro che da tempo viene recapitato a chi di musica – nel bene o nel male – deve sancirne un quarto del destino; con l’esercito di bravissimi musicisti al seguito, Giulia Millanta si avvinghia allo sviluppo fantastico di uno spettacolo nello spettacolo che - oltre che assicurato – brucia di passione e dolcezza come una gemma wild che imbraccia una chitarra tra peccati e redenzioni.

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