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giovedì 24 settembre 2020

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Recensione: Dino Massa Quartet - Storie di altri Luoghi

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Titolo: Storie di Altri Luoghi
Artista: Dino Massa Quartet
Etichetta: Autoproduzione
Anno di uscita: 2011
Genere: Jazz
Voto: 7

 

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Fermi tutti, arriva il Jazz. Ed ecco che se ne dicono di tutti i colori.

Si va dalla “musica da vecchi” allo stereotipo del “pianista al ristorante”, passando ancora per “ tanto suonano a caso” per arrivare in fine a quella che forse è l'unica critica tanto veritiera quanto pungente, ossia “sono più quelli che lo fanno di quelli che lo ascoltano”. Veritiera, perchè in Italia la scena jazz è una delle più floride al mondo (si pensi solo alla scuola napoletana, realtà nella quale affonda le sue radici anche Dino Massa); pungente, perchè bisogna prendere atto con un certo disappunto che a fronte di un paniere così abbondante di artisti non c'è un pubblico altrettanto nutrito. Sarà mica che noi italiani siamo così drogati dal pop e dal “bel canto” che , quando ci troviamo davanti a qualcosa che esuli dai consueti gorgheggi e starnazzamenti vocali su una base da pianola Bontempi, non riusciamo a comprenderlo?

Per capire il jazz non basta andare sul vocabolario e cercarne la definizione, non fosse altro per il fatto che dobbiamo prima di tutto spegnere il cervello e ascoltare con il cuore. Non è un genere univoco, non ci sono caratteristiche precise: è quella sottile arte di dipingere una tela sonora usando tutti i colori della tavolozza, ma lavorando solo con le sfumature ed evitando accostamenti bruschi. Partiamo da un colore, lo sfumiamo all'infinito, e dopo aver usato tutti i tubetti a nostra disposizione ci accorgiamo di essere tornati al colore di partenza senza neanche accorgercene. Dino Massa e i suoi tre compari riescono a cogliere in pieno l'aspetto “pittorico” del jazz nei nove dipinti che compongono “Storie di altri luoghi”. Delicato, ricercato ma non autoreferenziale ed incomprensibile, dall'indole decisamente “sognante”, il pianoforte di questo bel disco sembra proprio concepito per coloro che desiderano avvicinarsi al jazz senza rimanerne traumatizzati.

Bene anche la batteria, sovrassatura di piatti, e il contrabbasso libidinoso come sempre in questi casi; particolare anche la voce, ma forse il tentativo di rielaborare i canti africani in “Senegal” appare un po' troppo azzardato. Curiosa anche la cover PFM-esca di “Impressioni di settembre”, che però non lascia di stucco come dovrebbe a causa di uno strumentale inspiegabilmente messo prima e non dopo la parte cantata; una partenza col botto, un “quante gocce di rugiada” a ritmo di contrabbasso piazzato all'inizio della traccia avrebbe senza dubbio sortito tutt'altra reazione.

“Storie di altri luoghi”, ben lontanto dalle isole sperdute della sperimentazione estrema, è un invito ad avvicinarsi a un genere parecchio snobbato. Poiché, tirando le somme, si tratta un bell'invito, non rispondere e continuare a ripetere la vecchia storia della “musica da vecchi” sarebbe molto, molto scortese da parte vostra.

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