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giovedì 06 agosto 2020

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Recensione: Sprained Cookies - Deliverin’ the Sacred Feathered One

04.04.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Deliverin’ the Sacred Feathered One
Artista: Sprained Cookies
Etichetta: 29records
Anno di uscita: 2011
Genere: Psichobluesy Folk
Voto: 8

 

Innegabile: quando il diavolo ci sta dentro veramente, le cose veramente prendono arie di santità. E’ presente, dietro il sudario dell’emergenza musicale, una scena molto più lontana dalla già debole luce dei riflettori, che preferisce dare aria ai propri umori sonici osando nell’ombra, battendo il ferro caldo della bramosia, alla ricerca del vacuum sperato per “scoppiare più in alto” possibile; ma anche una scena per nulla intimorita dall’assenza di riscontri immediati, che va a prepararsi – come in una palestra – ad immagazzinare energia e tonicità, per far rimanere a bocca aperta qualcuno, o qualcosa di più.

Cecilia Frusciante (il cognome suona come un ex-voto) e Corrado Maria De Santis – rispettivamente lei prima voce e penna lirica, lui organista e chitarrista con i controfiocchi – in arte “Sprained Cookies”, fanno parte a pieno titolo della causa – temporaneamente invalidante - di quella bocca aperta che ci rimane fissa dopo il loro passaggio stereo, non perché chissà quale Bignami alternativo possa essere successo, ma per una ricetta semplice, storta, rumoristica e centrata che fa proprio un “salto oltre” il preambolo della solita filiera estetica che si ferma all’interessante.

Prendete una bella chilata di folk blues di matrice buskers stile Ani DiFranco, agitate forsennatamente - a fianco - robusti e magnifici macchinamenti acustici sliddati che centrifugano in testa le corde acustiche sbavate di Re Jimmy Page sul trono dell’Album III°, lo spirit noir della vatessa Patti Smith e la sbarazzinaggine scordata e scalena di una PJ.Harvey nell’intimità di un fondo di Bourbon; strizzate bene, due giri a vertigine, ed ecco a voi “Deliverin’ the sacred feathered one” , l’eccellente esordio firmato da questo duo artistico che con “la parsimonia” di cinque tracce cinque, che ha già tutti i connotati per accaparrarsi il centro di qualsiasi scena alternativa.

Qui non c’è il profumo di pensieri leggeri, non circola l’onnipresenza del self-made stizzoso, non boccheggia l’ansia della celebrità da scarnificare in onore del tutto e maledettamente subito, qui c’è un ipnotismo bluesy ed una salivazione psicho-folk che rende molto bene l’idea che quando il diavolo ci sta dentro veramente, le cose veramente prendono arie di santità; cinque baccanali di bellezza, la spennata pesante, oziosa, figlia dei grandi spazi aperti “More”, lo stomp selvaggio, sbavatissimo, scuro come la notte viscida d’umori sessuali “The squeak (Ndè Indaai)”, “Home home” la blues ballad impregnata di strada e luce folkyes carrettera, il cantico oscuro atmosferico che disegna il mandala mantrico della Sacerdotessa Patti “A Vicious day” e dulcis in fundo “Hedges and corals”, un delicato minuetto d’organetto toy e chitarrina “fuori fase d’accordatura” che fa il “neo” simpatico e svogliato a sipario calato.

Il disco si è stoppato, la bocca rimane aperta ed il tasto repeat sarà violentato; per una settimana si potrebbe anche evitare di pescare ulteriori dischi nel mare nostrum dell’underground, per una settimana gli Sprained Cookies sono i pesci dominanti e affamati degustatori di “colleghi” che sguazzano in questo sterminato acquario sonoro.

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