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Recensione: Dead Cat in a Bag - Lost Bags

04.04.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Lost Bags
Artista: Dead Cat in a Bag
Etichetta: Viceversa Records/Halidon
Anno di uscita: 2011
Genere: Looner & Roll
Voto: 8

 

Anche il fradicio di uno scartamento ridotto di una ferrovia per l’Est ha il suo fascino, come pure il dolore dell’acool come meditazione sconsolata o l’autismo di un filamento Brechtiano possono rendere giustizia alla goduria cupa, esistenzialista e leggendaria, formidabile pendant tra Weil e il limo di un Mississippi visto da un bordello intimo polacco. Un gatto morto dentro una valigia non fa sensazione, ma blues scaleni da sacrificare si.

Immergersi nei solchi di “Lost bags” - opera prima dei torinesi Dead Cat In A Bag, splendida botola per calarsi dentro una malinconia maledetta e chansonnier - è consumarsi lo spirito come nella ricerca di una verità, forse di una salvezza, trascinati da una voce sabbiata che sembra un bassorilievo tagliente di una notte senza fondo, bella e promana di febbre Coheniana, lontanissima dalla realtà e dalla materia, vicina all’ossessione di una follia a vortice.

Un disco che non urla la sofferenza come arte infernale di un delirio disperato, ma la sublima nelle paratie di un’emozione – più emozioni – che ha/hanno quasi la sacralità atea di una funzione sconsacrata, una quinta Majakovskijana secca e vibrante di liriche colonizzate da ruggine, sabbia, amaro miasmo d’anima; buona la versatilità musicale attraversata da impronte digitali Waitsiane, del Cohen stesso, l’Hank Williams del West Virginia, ombre di Cash e luci del Boss, un’insieme di svolgimenti che si ammantano tra il dire e il fare di succulente parate mexican/balcanic, trombe e tremoli mariachi che mandano al top la sfida risolta di questa band. E non è vituperio di peccati e redenzioni, l’eccentricità enfatizzata di stupire con la precisione di un mirino calibrato; è solamente che il loro piccolo capolavoro è diventato il nostro parametro di misura per poter meravigliare un’attenzione pazza di bellezza e lusso, come avere tra le mani una maledizione da decifrare e tramandare conservandone intatte le qualità per cui è stata formulata, e tutto ciò ci piace. E, per comprimere i tempi e lanciare indizi superlativi da scoprire, basta seguire le note trascinate dello smarimmento “Wasteground of your lips”, la baldanza amara delle nebbiosità Pogues “The show away song (a sea shanty)”, “Gipsy song”, respiro ricamato Springsteeniano sul mantice d’armonica, banjo e fisarmonica, il caracollare senza giunture da bestemmiare della stupenda “Dawn” su nebulose Morriconiane a cavallo di Calexico, o “Old dog”, traccia nera come la pece di un bluesfull messianico tra le fiamme delle diavolerie di Cash e Waits chiamati a raccolta da chissà che diavolo in circolazione in quel dato momento. Nel finale una mistica aria pesante d’inverno polacco e di quei tempi lentissimi a scandire il tempo, la temporalità e l’ambizione di un gatto morto dentro una valigia che fa solo scena della sua dipartita, in quanto com’è noto il gatto ha nove vite , dunque ne ha ancora otto per stupirci oltremisura in futuro.

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