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Recensione: Fabio Zuffanti - La Foce del Ladrone

12.04.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: La Foce del Ladrone
Artista: Fabio Zuffanti
Etichetta: Long Song Records/Spiral Records
Anno di uscita: 2011
Genere: Cantautorato, pop
Voto: 7,5

 

 

Evviva le conferme, perché le conferme nella vita sono importantissime. E questo nuovo disco “genovese” del polidealista musicale Fabio Zuffanti, il terzo, mette nero su bianco una volte per tutte che se intorno è un continuo parto cesareo iniziatico per una massa di finti cantautori, roba disegnata a tavolino per consumi sempre più famelici e grossolani, qui dentro c’è poesia, sangue e carne figlia del suo tempo e della spiritualità tangibile del maestro Battiato, che lievita tra le tracce e nella parodia del titolo del suo album “La voce del padrone”, che in questo caso si personalizza in “La Foce del ladrone”.

“Essere figlio del suo tempo”: pare che il nostro Zuffanti lo abbia percepito bene, in queste otto tracce rispetta il momento, ama il passato e sogna il futuro, e vive e ci fa vivere il totale del quadro e non si annulla come un codice a barre nell’infinito dell’autocelebrazione: canta ciò che sente con le vibrisse dell’anima, ed è sinceramente un bel sentire.

L’uomo Fabio e il musicista Zuffanti se ne sono usciti con un lavoretto niente male che – anche se non offre l’offerta speciale di una o più svolte stilistiche da enciclopedia – conferma la passione ed il cuore aperto di una macchina sonora cantautoriale che si fa intendere e voler bene, schiettezza e sfumature che partecipano a portarci nel contesto delle sue storie, non solo come audiofili da piazzare davanti ad una fonte sonora, ma come “spettatori fisici” davanti ad un palcoscenico di note. I suoi non sono modelli levati ad altarini, solamente fonti d’ispirazione e linguaggi che si vanno a customerizzare nella sua profonda personalità di penna e di mente, tra lo spiritato dolce ed il liberatorio intrigante.

E se il Battisti Lucio pare bagnare di luce “Musica strana”, “Una nuova stagione” e “In cantina”, la scia profumata dei groove di Battiato, le onde d’archi che ti rapiscono a mulinello d’aria in “Capo Nord”, i contrappunti di pianoforte che dipingono la pelle di “Se c’è lei”, e il saluto finale che fa saltelli e stelle luccicanti in “It’s time to land” la dicono lunga sull’ironia dell’artista Zuffanti, una concessione al pop di marca che non tira all’alba, ma si ferma nel momento preciso in cui il gioco diventa fiamma cantautorale di pregio, e dove c’è fiamma c’è sempre un fuoco poetico da bruciare.

Disco che si ascolta tra una Sprite disimpegnata ed uno Scotch Whisky importante e secco.

 

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