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lunedì 21 settembre 2020

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Recensione: Fine99 - Fino alla Fine

12.04.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Fino alla Fine
Artista: Fine99
Etichetta: Etichetta
Anno di uscita: My Motion Records
Genere: Metal, Hardcore
Voto: 7,5

 

 

Magari – certamente - questi “bravi ragazzottoni” bresciani nella vita comune sono “soggetti” schivi quanto timidi, ma una volta messo il cervello dietro alla loro macchina sanguinaria “Fine99”, si trasformano in ossessi musici, la legge ferrata della Bibbia Hardcore Metal torna a sfogliare le pagine ematiche di melodie oscure e lancinanti, prostrazioni al Dio Growl, ma anche quell’impossibile punto di incontro tra il rumore e la simpatia di un accenno epic-rock.

Menti illuminate. Quattordici coltellate più o meno che hanno il vizio di un raro affiatamento, un sodalizio ammassante che combina alla perfezione potenza, incubo, una voce pazzoide, Trent Reznor e l’elettronica da sturbo, disperazione alla Neurosis ed un’estetica complessiva di una lucidità insidiosa che ti spacca – a ritmo – come pugni sulla bocchetta dello stomaco. Provate a mettervi in mezzo se ne avete il coraggio. Ma c’è anche il detto che “can che abbia non morde”, ed è certo che i nostri Odino di Brescia sotto le sembianze di devastanti emuli di NIN, Mudvayne, (HED)P.E, calati dentro le “tute da lavoro” della Des Moines degli Slipknot, incollati allo screamo degli FFAF e ciondolanti dalle parti della Venaria Torinese di Emo dei Linea 77; sono buoni e magnanimi, ma il loro ultimo “Fino alla fine” come gli altri della formazione fa piazza pulita di buonismi, e contrattacca con forza chi non è affezionato ad atmosfere alienanti (cantate stupendamente in italiano) e morbose, che descrivono disagi, frustrazioni, brutalità, inquietudini compressate, senza però disdegnare anche improvvise quanto azzeccate aperture melodiche (l’eccezione del termine) in “Il mostro nella scatola”, “Segni sulla pelle”, “Solo per ora”.

Se poi vogliamo farci del male basta cliccare il tasto 6 della tracklist e “danzare roboticamente tra le spire misogine industrial-disco infernale “2250.12.11”,  girone dantesco di campionamenti e stunz stunz seriale; oppure premere l’8, “Quel sottile filo”, regno del power chord speed tirato allo spasimo come una sniffata di metedrina. Ancora, la tossicità del numero 10 ,“ Quasi 5 gradi”, operetta di walzerino borbottante e ugola piena che sgola rabbia e bellezza”, oppure farsi ingoiare dalla falsa partenza dolce di “Dubbio” per farsi poi distruggere da rifferama ustionanti fino a immolarsi completamente al loro mondo in “Viaggio lisergico”, al mondo dei Fine99: un mondo duro, un sound atroce come quello di una manica di indemoniati.

Con un nome ed un titolo che paiono mutuati da profezie Maya che gironzolano da tempo qua e la, i nostri, nell’augurio di una buona immunità dal veleno del mercato, tornano a pestare duro il sottobosco sonico di “casa Italia” ed è veramente un bel disco come pure una faccenda “dannatamente” seria! Contro il potere dandy integralista dell’Indie? Fine99, l’amaro in gola!

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