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sabato 26 settembre 2020

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Recensione: La Metralli - Del Mondo che vi Lascio

15.04.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Del Mondo che vi Lascio
Artista: La Metralli
Etichetta: Amigdala/ A Buzz Supreme
Anno di uscita: 2011
Genere: Musica Popolare
Voto: 7,5

 

 

E’ un’interessante esperienza di fusione tra stili tanto vicini quanto di forte identità, che trovano ne “Il mondo che vi lascio” il perfetto trait d’union tra innovazione e roots, sperimentazione e popolarità intesa come musica “bene rifugio”, insomma senza girarci tanto intorno quell’anema & core di respiro internazione – perché questa è l’aria che circola – che ci da la facoltà di struggere in malinconia, avvinghiarsi in balli lussuriosi, ampliare il plesso solare sopra le zolle del ricordo e ficcare l’udito in “cose mai sentite” (magari le radici del Tremila che verrà). La formazione modenese La Metralli, Meike Clarelli cantante, Matteo Colombini chitarra (ai quali si uniscono alla sezione ritmica Marcella Menozzi chitarra, Serena Fasulo contrabbasso e Jonathan LaThangue batteria, Davide Fasulo fisarmonica nella partitura dell’album,) entusiasma e coinvolge ed è una prestigiosa “baraonda dolceamara”: un viatico musicale che scava, solleva ed innalza tanghi, jazzly, milonghe, spore latinos, occhi persi di tristezza in fondi di bicchieri vuoti, passioni e microcariche sperimentali, tutte azioni che vivono e fanno vivere all’insegna della grazia compositiva e della delicatezza imbronciata, “osata” dell’interpretazione, undici tracce, undici tentazioni conficcate dentro un cerchio di plastica in odore di “santità musicale”.

Un disco che sviluppa percorsi e strategie di canti e suoni, mediterraneo e l’oltre che confluiscono in giri di corpi e aliti, nebbie Parisienne “Un niente di felicità”, ombre lucenti di una Buenos Aires amara riflesse sull’umido di una chitarra acustica che smania per un’elettrica “Sull’ultima vertebra”, un piano che muore sul turno vorticoso di un ritmo dell’Est “Anchora” , il graffio sessuale ed una rosa rossa in bocca all’abbandono tra i mantici slogati di fisarmonica complice “Altrove e indifferente” e il dittico sperimentale, il gioco di timbro e soul interiore nella smaniosa “D’arteria” che va a dormire nel walzerino di cristallo “Valzer di Sophie”,  che rammenta – col mid-sorriso dell’amarcord - la sigla di chiusura di uno di quei teleromanzi anni settanta sul Commissario Maigret.

All’interno di un panorama costipato di pop, rock, blues, e tutti i succedanei di tali espressioni, si fa largo, senza sgomitare, questo laboratorio esemplare di vita, un vitalizio Popular che, approcciando la contemporaneità con un tocco soft, lascia la sua impronta nel cemento della nostra ammirazione.

Vorrei dire “avanti un altro” di queste cose, ma in fondo è meglio così, pochi ma buoni. Un’aliante per momenti di stallo.

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