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lunedì 25 maggio 2020

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Recensione: Low - C'mon

18.04.2011 - Anna Corrado



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Titolo: C'mon
Artista: Low
Etichetta: Sub Pop
Anno di uscita: 2011
Genere: Slow core
Voto: 7,5

 

 

Low: una carriera iniziata nel 1994 con il meraviglioso debut “I Could Live in Hope”, illustri collaborazioni quali il bootleg con i Godspeed You! Black Emperor, “Do You Know How To Waltz?” del 1998 e l’album “Fishtank 7” con i Dirty Three del 2001, una svolta segnata dall’impronta indie-rock di “Great Destroyer” e, abbandonate le sonorità vagamente elettroniche del poco apprezzato “Drums And Guns” del 2007, ecco che dopo ben quattro anni Alan Sparhawk, Mimi Parker e Steve Garrigton sono tornati sui loro passi riproponendo quel sound che aveva fatto impazzire i loro fans tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, culminando nell’emblematico “Trust”.

Il trio del Minnesota ha rintracciato le coordinate proprio di quel disco che rappresenta la quintessenza del gruppo “Trust” ed ha varcato di nuovo la soglia del “Sacred Heart Studio”, una chiesa sconsacrata, a casa loro, a Duluth. Se Alan, Mimi e Matt con “Drums and Guns” avevano appeso la chitarra al chiodo optando per un pop più elettronico dove i loop di batteria si facevano protagonisti, con questo grande album il trio è tornato al suo marchio di fabbrica: gli arpeggi, un sound che li ha resi celebri.

Sul piano strutturale chitarre, batteria e basso si fanno accompagnare da nuovi stimoli, una nuova creatività data da archi, tastiere e banjo dando un tono folk a quelli che prima erano i toni malinconici caratteristici della slowcore. Dieci brani, dieci perle che rapiscono l’ascoltatore dove i cori e gli arpeggi di chitarra elettrica si fondono, dove l’alternarsi delle voci Sparahwk/Parker crea dialoghi sui temi dell’amore e dell’individuo, quasi  un gosel rivisitato nel 2011. Le atmosfere sognanti e  primaverili aprono il disco con “Try to sleep” e lo chiudono con l’acustica “Something’s Turning Over”. Nel mezzo si ritrovano i canoni della band di Duluth: il climax acustico di “You see everything”; “Witches”,che è una delle perle del disco, impreziosita dal banjo di Dave Carroll e dalla lap – steel di Nels Cline dei Wilco.

I passaggi di maggior impatto emotivo li troviamo nella corale “Done” e nella richiesta disperata d’amore “My love is for free, my love” di “$20”. “Especially Me” ricorda vagamente qualche sonorità dei Death in June; si passa per i ritmi swing e jazz di “Nightingale” per approdare negli otto minuti mozzafiato della perla “Nothing but Heart”. Una band composta da persone semplici, che disegnano il mondo come loro sanno fare, un onirico mondo firmato Low, inconfondibile nei passaggi ed originale per il genere: una perla per gli amanti del genere.

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