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sabato 26 settembre 2020

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Recensione: Mannarino - Supersantos

09.05.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Supersantos
Artista: Mannarino
Etichetta: Leave
Anno di uscita: 2011
Genere: Canatautorato
Voto: 7

 

Sono sempre ancora lì affacciati sulle miserie, non se ne vogliono andare in un altro pizzo musicale, tutte ste botte, ste mignotte, sti Don Chisciotte da bancone e sti poeti da marciapiede, non vogliono sfollare dai racconti giocolieri avvinazzati e rubicondi di Alessandro Mannarino, il moderno Rugantino del quartiere Monti alla corte di Capossela, qui alla sua seconda prova discografica, “Supersantos”; il tiro messaggistico è una leggera sterzata in crescendo dalle debolezze e disgrazie di picareschi personaggi che dondolano sulle visioni del cantautore romano tra un sogno e angoli qualsiasi di un romanesco viziosamente umano, ora rinforzato da santi super e dialoghi “danzanti che “sparlano” della Chiesa e dei dogmi da essa impartiti su sesso, amori ed espressioni. Punto di forza ma anche un tirar pericolosamente la cinghia legata al precedente Bar Della Rabbia, una corta nostalgia al successo ottenuto che, se quasi immediatamente ripetuta senza voltare di un solo metro la sceneggiatura primaria, il rischio di diventare più che un cantautore che scrive di “sfiga e riscatto” un “semplice caratterista senza macchia” è spaventosamente reale e alle spalle. Sul palco recita, scalcia, rivoluziona l’arte di raccontare e racconta l’arte della rivoluzione dal basso, protegge chi non ha e accoltella l’ingiustizia, lui, affabulatore stropicciato all’alito di vino, è lì con i rauchi sentimenti a snocciolare verità tra cielo e terra, qui su disco un manifesto eternamente contro, un belligerante di ritmi e Manu Chao, spavaldo musicista zingaramente Buscaglionesco che fa venire il sangue caldo e pensieri agroamari, passione e borgate latine che si urtano e si parlano, si amano e si cavano gli occhi nella circonferenza di un dischetto di plastica; tutto prende il colore dello swing rustico, dalla ballata impastata di tromba e fisarmonica “Rumba magica” alla patchanka Mano Negra & Les Negresses Vertes style “Serenata lacrimosa”, dal caracollare ritmato e sarcastico su Giuda e la Maddalena “Maddalena” ed il walzerino sabbioso di “Merlo rosso” dove le “lacrime dell’inferno servono a qualcosa, nutrono la terra e fan crescere una rosa”, e che passato l’effetto sorpresa tutta la tracklist va poi a sciogliersi, sgocciolando, come un mosto rosso e pastoso nel barrique di sensazioni che sembrano arrrivare da tempi narrativi lontani, spiegazzati e tutto n’ciuffo. “L’ultimo giorno dell’umanità” porta l’11 sulla schiena di questo disco secondo di Mannarino, e dalle trombe mariache che imbellettano il ritmo carrettero s’intravede un presagio, si capta un sentore, si sniffa un fiuto che una grande svolta “a da succede” e che tutta l’umanità colorata di scolorito che si è accampata fino ad ora tra le righe scritte dall’autore romano,vada ad emigrare in altri sogni/veglia liberandolo da “fantasmi & solite cose” fin qui accolte con pregevole “ caustica e dolciastra carità alternativa”.

 

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