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sabato 18 gennaio 2020

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Recensione: Frankie & the Heartstrings - Hunger

16.05.2011 - Massimo Sannella



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Titolo: Hunger
Artista: Frankie & the Heartstrings
Etichetta: Wichita
Anno di uscita: 2011
Genere: Indie rock, pop
Voto: 7

 

 

Colpo d’occhio sulla copertina che ricorda il giovanissimo ceffo sottoproletario del film The Commitments e colpo d’orecchio sulla frastornante giocosità soft brit incontenibile e sgomitante di questo “Hungher” degli scozzesi Frankie & the Hearthstrings, e messi d’accordo i due sensi ora tocca alle gambe fare il terzo “colpo” e farci ballare sino allo sfinimento. E non se lo fanno dire due volte! Sangue sonico british al 100%, carica altrettanta, il quartetto di Sounderland s’impossessa in pochi secondi della corona di pub- band per via dell’immediatezza dei coretti e degli ho-ho-ho- con cui cattura e circuisce l’ascolto distratto, di quella raccolta di suoni e moine a freddo che si vanno ad infiammare non appena sì da una tacca alla manopola del volume stereo; e non fanno nessuna rivoluzione, niente che faccia gridare al miracolo, stiracchiano e strapazzano il rock dei Libertines e Dexys Midnight Runners, lo velocizzano all’inverosimile “It’s obvius” e “Photograph” (Franz Ferdinand)? e ne tirano fuori – come un qualcosa che è estratto dalla borsa d’Eta Beta – un toccasana per chi annaspa in cerca di ritmo e divagazione dai propri crucci, un ballettare senza impegno con il cuore in amicale e un’autogestita fibrillazione. Ma guai a farci ingannare solamente dalle scoppiettanti fonti ispirative.

La band mette anche di suo nel godurioso concentrato di sudore e suono che subbuglia la tracklist e che si fa cantare e ricantare come un manuale tutto inglese di prestanza e arrembaggi eighties che la produzione di un “chi non è morto si risente” Edwyn Collins (The Drums) riaggancia nelle sclerotiche “Tender”, “Possibilites” teatro di chitarre rockabilly, e negli shuffle mossi e svitanti delle convulsioni di trombe che stantuffano imperiose in “Want you black”; con “Fragile” ballatona sospirata arriva il tocco sfuggevole soul, ma è solo un riprendere fiato e tono muscolare per poter ancora scorrazzare dentro quest’eterna gioventù che Frankie & the Heartstrings si reinventano in un’immortalità a tempo determinato, giusto il lampo di un random tra uno sviso forsennato di chitarra e un tentativo – per ora a tre quarti di strada – di diventare la nuova star di un’Inghilterra sempre più rivolta agli interrogativi interni. Comunque vada un disco che solletica il giusto in poche mosse.

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