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Recensione: Katrine Hash - Metropomorphic

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Titolo: Metropomorphic
Artista: Katrine Hash
Etichetta: Nomadism Records
Anno di uscita: 2011
Genere: Electro dark, trip hop
Voto: 7

 

 

Massimo “Momo” Di leo (Keyboards and Samples) e Stefano “Cheta" Calore (guitars), sono la formula segreta del progetto Katrine Hash. 

Per la Nomadism Records il duo ha da poco pubblicato un full lenght di pura elettronica, coraggiosa e trascinante. Le venature che colano da questo “Metropomorphic” sono condite da un atteggiamento elettro dark e trip hop, consumabili nei vari passaggi e ritornelli di questo ispirato disco. Un tappeto vellutato che non ha pausa, nessuno stacco o possibilità di uscita dal labirinto di tastiere e samples che nutrono le dieci sospensioni. Un registro che non spazia e non osa più di tanto, forse il caposaldo dei Katrine Hash, fedeli ai toni ovattati e stordenti delle loro musiche. Alcuni tratti di questo disco si affacciano timidamente in uno spettro elettro rock, in Noise si ha la sensazione di spiare un lavoro dei Depeche Mode, sonorità che si spingono in aperture più ritmate le quali sfociano in archi trionfanti e modellati su un terreno dalle basi rock. Più sperimentali e visionari in The Shepherd, dove si lasciano trasportare da ondate di elettronica impazzita tenuta a bada da un flebile cantato che assesta leggermente i toni riflessivi di un’incisione quasi spettrale, un vortice spinato di sfaccettature tremendamente dark. La luce la si incontra nella title track, un angolo più arioso e meno tirato, dove la ritmica s’insidia fra i loops di Di Leo, colorando leggermente la facciata della traccia. 

“Metropomorphic” è un buon disco, che nasce senza la brama di proporre un sound innovativo e sconvolgente, ma di crearsi attorno un alone visionario, una sorta di vettore capace di estendersi tra le viscere di chi lo sta ascoltando. Sì perché in questo progetto l’ispirazione è vissuta come il punto di connessione tra Katrine Hash e l’ascoltatore, un legame dettato dalla profondità sonora e dalla capacità del duo padovano di staccarsi dalla frenetica necessità d’inventare l’acqua calda, perdendo di vista l’essenza del proprio bagaglio, fatto di carne, di ossa e sentimento. Una buona riuscita fluida e dannatamente corposa.

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