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sabato 26 settembre 2020

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Carnot, il Rock all'ombra del Colosseo

Approfondimento su uno dei gruppi più interessanti della capitale: i Carnot

06.11.2007 - Edoardo Iervolino



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I Carnot sono un gruppo in divenire e con ottime potenzialità di cui speriamo di parlare molto in futuro. Sono giovani, fanno buona musica, attingono con classe e minuziosità dal miglior “calderone” rock, hanno buona tecnica e, cosa che non guasta mai, sono molto determinati, aiutati in ciò da un’identità artitstica ormai forte e ben definita. Questa band è formata da cinque studenti universitari di Roma e a luglio hanno dato alle stampe il loro secondo EP,“Fisicaprigione”, seguito del già ottimo esordio “Regni Romano Barbarici” del 2006.

La loro musicalità è un ponderato mix dei vari stili musicali e delle varie influenze che ogni componente del gruppo ha estratto dal proprio bagaglio tecnico e culturale. Il puzzle è presto ricomposto, senza possibilità d’errore: i testi scritti dal cantante Matteo Chiocchi e il suo modo di cantare ricordano sia i Massimo Volume quanto un addomesticato cantante di heavy metal, l’acidissima chitarra di Valerio Di Croce disegna con grande tecnica traiettorie indicate dalla psichedelia fine anni 60, la chitarra ritmica (e affini) di Giulio Ceresani è total Sonic Youth, il basso di Alessandro Cinardi sferraglia nella recente tradizione italiana dei Marlene Kuntz, CSI e CCCP, la batteria di Enrico Strina dona quella possanza hard rock ad un suono che, con il suo apporto, diventa compatto, caldo e granitico.

Regni Romano Barbarici”, loro primo EP del 2006, inizia con “Vulcano”, primo piccolo successo del gruppo: rock scanzonato a metà tra i Marlene e un gruppo rock anni 80, con un ritornello orecchiabile e un giro armonico molto gradevole. Splendido l’assolo. “Eva Kant” inizia piano con arpeggi e armoniche di chitarra alle Codeine, per poi raggiungere, gradualmente, un climax nel tipico stile noise rock e una conclusione space rock. “L’Hero” ha nel suo testo parlato e nel suo ritmo in “palm mute” la sua miglior dote, prima che ci sia la consueta apertura distorta, qui finalmente psichedelica. Gemma dell’album è la (quasi) strumentale title-track di otto minuti e fischia (in tutti i sensi) di trip psychedelic rock: la batteria di Strina e la chitarra noise di Ceresani, ormai senza più freno, fanno i padroni di casa: “Regni Romano Barbarici” sembra una jam venuta su per caso in un concerto dei Verdena durante la tournèe di “Solo un Grande Sasso” con MacMahon degli Squirrel Bait come session di turno.


Dopo un anno i Carnot fanno uscire il nuovo EP “Fisicaprigione”, molto più ricercato nelle sonorità e negli arrangiamenti. La differenza sta semplicemente nella maggiore comprensione delle loro notevoli potenzialità: esempio di questa rinnovata fiducia è l’iniziale “Auree Stanze”, rockettone alla Montrose o alla Josiah, con un riff coinvolgente e la voce di Matteo Chiocchi elegante e rabbiosa. Poi i Carnot si affacciano nei lidi del post-rock con “Senza Caffeina” che riprende gli Slint con tanto di armoniche, testo cantato/parlato e scossone hard rock improvviso. Esaltante l’assolo a tutta birra nel finale. Strina dà il suo meglio nel bel rock de “Il Ballo della Fenice”, coadiuvato dalla splendida performance di Chiocchi. Ma, come ormai tradizione, è l’ultima traccia ad essere la migliore: “Un Brivido Dentro” è la canzone meglio arrangiata della loro intera carriera e la prestazione più incisiva di Di Croce, sempre più Randy California.

I Carnot possono essere sentiti in streaming sul loro sito internet e sul loro MySpace. Vi assicuro che ascoltandoli troverete delle risposte nuove ad una scena romana, da un po’ di tempo assopita in un rock troppo ripetitivo o in un cantautorato cervellotico. I Carnot sono bravi, diretti e molto hard rock: non ci stupirebbe affatto che un giorno all’altro le radio si rendessero conto di loro.
Felice conferma delle mie sensazioni è stato il vederli live a Roma: come tutti i gruppi più promettenti, il loro suono e la loro capacità on stage trova livelli non ancora raggiunti in fase di registrazione. La band quando suona su un palco è in totale simbiosi, fa divertire e appassiona per la tendenza che ha ad allungare le tracce, aggiungendo lunghe code psichedeliche e sperimentali, caratterizzate dal ricorso a suoni elettronici, a rumoristiche noise e a infinite dilatazioni sonore.
Sentirli a questo punto è doveroso e assistere ad un loro concerto può diventare un’insolita esperienza musicale. I Carnot ci piacciono, e tanto. Bravi: 30 e lode!



 

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