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lunedì 28 settembre 2020

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Storia dei generi: Heavy Metal - Capitolo IV: Ac/Dc

20.11.2007 - Marco Valerio Moretti



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Gli AC/DC sono stati (e sono) una delle più belle realtà dell’ hard rock mondiale: una carriera decennale ed una discografia sterminata, fatta di album composti tutti sullo stesso stile (E’ classico, anche fin troppo classico, dire che le canzoni degli AC/DC sono tutte “uguali”). In effetti il loro sound presenta, dal primo all’ultimo disco delle caratteristiche ben definite: una sessione ritmica assolutamente peculiare, ispirazioni che strizzano l’occhio al blues, uno dei primi esempi di voce stridula ed urlata, sia con Bon Scott che con Johnson, ma anche giri di chitarra e di basso che sembrano somigliarsi spesso. Poco importa, perché è così che la band piace ai moltissimi fan, è così che ha costruito un proprio caratteristico, inconfondibile stile, ed è così che è entrata nell’Olimpo del rock. Peraltro, oltre ad essere un’icona degli anni ’70 gli AC/DC hanno anche spopolato tra i fan della nwobhm (quando di quella scena non facevano parte, essendo oltretutto australiani e non inglesi) e sono piaciuti un po’ a tutti i metallari negli anni ’80, anche quando il metal iniziava a costruire diversi sentieri che sarebbero poi stati percorsi. Tutto questo, tra l’altro senza essere una band propriamente heavy, anzi più che altro la loro musica potrebbe meglio essere definita come blues-hard rock urlato, per quanto alcuni pezzi più tirati e più “heavy metal”, nella loro discografia non manchino. I primi dischi degli AC/DC, quelli anni ’70, consistono in uno sporco e grezzo rock ‘n roll portato avanti dalla chitarra (che diverrà leggendaria) di Angus Young e dalla voce graffiante di Bon Scott. L’esordio è High Voltage, nel 1974. Nel 1977, dopo una serie di devastanti tour, arrivano Let There Be Rock ed il successo (specialmente in Inghilterra). Quest’ultimo album contiene classici come la title-track, Dog Eat Dog e Whole Lotta Rosie. Nel 1978 c’è la consacrazione live del gruppo con l’album dal vivo If You Want Blood You’ve Got It, che racchiude l’energia incredibile sprigionata dai primi album della band. Nel 1979 arriva il capolavoro della prima fase della produzione degli AC/DC, cioè Highway To Hell.


Il disco viene preso ad esempio da Riccardo Mezzera per indicare come la produzione della band sia invece più varia ed ampia di quanto non dicano i detrattori. Ecco come ne parla: “discretamente vario, per smentire gli eterni critici degli Ac/Dc che dicono che l'unica cosa che cambia nei loro album sono i titoli delle canzoni, perchè le musiche sono uguali. Invece qui, sebbene le tonalità musicali e le scale usate sono in effetti simili, i pezzi sono abbastanza distinti fra loro, in ritmo e musica, pur mantenendo lo stile caratteristico della band”. Dunque di certo non una sperimentazione, ma una serie di pezzi comunque di vario tipo, in quanto a velocità, potenza, ispirazione. La title- track è un pezzo storico, poi c’è effettivamente un brano rockeggiante come Girls Got Rythm, uno più lento e cadenzato come Walk All Over You, poi c’è il trascinante riff di Touch Too Much, la migliore canzone dell’album a mio parere. Questa canzone sa molto di heavy metal, e un certo impianto melodico fa pensare alla nwobhm (è sufficiente ascoltare alcuni pezzi degli Iron Maiden). Le canzoni forse più metal del disco, sia dal punto di vista dei suoni sia del riff che dell’assolo sono le successive due, Beatin Around The Bush e Shot Down In Flames. Un disco grandioso. Nel 1980 la band subisce un gravissimo colpo: la morte di Bon Scott, che sconvolge i fan dei Canguri in tutto il mondo. Eppure gli AC/DC, dal punto di vista musicale, riescono a reagire ottimamente al colpo, sostituendo Scott con il dotato urlatore Brian Johnson, in possesso anche lui di una voce grezza, acuta e graffiante come quella del suo predecessore, e pubblicando quello che secondo me (ma molto probabilmente non solo secondo me) è il loro masterpiece, cioè Back In Black: Le danze si aprono con le cupe campane da cui scaturisce l’infernale riffone di Hells Bells, poi proseguono con la fomentante Shoot To Thrill e con la movimentata What You Do For Money Honey. Trascinanti sono anche Given The Dog a Bone e Let me Put My Love Into You, per arrivare alla title-track che entra nella storia del rock assieme alla potente opener. I dischi successivi degli AC/DC non deludono affatto le attese dei fan, forse proprio perché sono, se non tutti uguali, perlomeno tutti ricalcati sulla stessa impronta. Né svolte pop, né elaborazioni ricercate, né progetti improbabili: solo del grezzo e possente hard rock ancora in For Those About To Rock e nel grande Flick Of The Switch. A me piace molto anche quest’ ultimo album, grazie alla potente Rising Power, all’ energica House Is On Fire e alla tiratissima Landslide. Anche Fly On The Wall è un bel disco (siamo al 1985), e ancora avanti con il rock ‘n roll lungo gli anni ’90, alimentando il culto degli AC/DC con raccolte, collezioni, tour, il grandissimo live album AC/DC Live e Ballbreaker. La band continua a non deludere i fan neanche con Stiff Upper Lip, pubblicato nel 2000 e improntato anch’ esso sul classico stile AC/DC.

 

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