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martedì 18 febbraio 2020

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Wooden Shjips - Wooden Shjips

E un breve bilancio del 2007, il nuovo Big Bang psichedelico

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Titolo: Wooden Shjips
Artista: Wooden Shjips
Etichetta: Holy Mountain
Anno d'uscita: 2007
Genere: Rock Psichedelico
Voto: 7,5/10

Se le porte della percezione fossero sgombrate, ogni cosa apparirebbe com'è, infinita”.

William Blake scriveva così intorno al 1793. Poi arrivò Jim Morrison e battezzò il suo gruppo in onore delle “Doors of perseption”: da lì la psichedelia, Sgt. Pepper, “Interstellar Overdrive”, “Careful with that axe Eugene”, i Jefferson Airplane, Ziggy Stardust, lo space rock, il kraut rock e via dicendo.
Ieri queste “porte della percezione” sono state “spolverate” da band come i Galaxie 500 e i Red Temple Spirits.

Oggi siamo davanti al recupero dell’integra identità psichedelica e dinnanzi ad un ritorno alle fondamenta del rock: la sperimentazione è mista al recupero delle origini della musica. La smaterializzazione sonora, l’atomistica strumentale, l’erosione ritmica sono tornati: il fiume in piena della wave acida è straripato. L’esondazione ha creato tanti piccoli miracoli. Il suo limo ha reso fertili le menti della generazione post grunge, convertendole in un sentito e lacerante urlo visionario ed intellettuale. Gli Zodiacs con il loro “Gone”, totale nonsense degno dei Red Krayola quanto del garage rock più noise, ha spianato gli orizzonti multicolori della psichedelia targata 2007. Omar Rodriguez-Lopez (“Se Dice Bisonte, no Bufalo”), ex Mars Volta, ha raccolto i frutti dal terreno coltivato da Peter Green e il suo blues psichedelico, i Mammatus (“The Coast Explodes”) hanno fertilizzato gli alberi ormai seccati di Hawkwind e dei Mercury Rev, i Battles (“Mirrored”) hanno arato nuovamente i campi degli Oneida e dei Trans Am, gli Akron/Family (“Love Is Simple”) hanno rinverdito le praterie desolate di John Martyn e di Jorma Kaukonen, i Warlocks (“Heavy Deavy Skull Lover”) hanno goduto della semina di Bauhaus e Amoon Duul II, i Six Organs to Admittance (“Shelter from the Ash”) hanno stappato il vino d’annata di John Fahey.

Se questo non vi sembra abbastanza aggiungo, al già nutrito elenco, un altro gruppo proveniente dal proficuo scenario di San Francisco: i Wooden Shjips. Memori della lezione di stile compositivo “en plain air” dei Doors e delle ritmiche ripetitive e circolari degli Stooges, “Wooden Shjips” è un prodotto davvero godibile. Ciò che fu il miracolo del 2006 (“Passover” dei Black Angels), è solamente ad una spanna di distanza.

Le visioni psichedeliche, ne sono ben conscio, non sono classificabili ma solamente vivibili con le orecchie: non c’è un meglio o un peggio, c’è solo una netta sensazione d’appartenenza ad un certo groove generico (la psichedelia) e la scelta del proprio viaggio interstellare preferito (l’ascolto degli album di questo genere). L’album psichedelico, infatti, è un’esperienza “animus a corpore”, un itinerario per la mente, un’immagine lucente per gli occhi, una sensazione tattile per l’animo. La capacità sensoriale si abbassa, gli occhi si socchiudono, il cervello è ormai altrove, le emozioni amplificano la propria portata e il mondo che ti circonda comincia a prendere la tua forma.
Il genere acido è magico: tanti “iter animi”, che hanno la stessa traiettoria ma punti d’arrivo sempre differenti. “Good vibration” come le chiamavano gli Who.
“Wooden Shjips” non è altro che un nuovo, alternativo e sconfinato viaggio nella nostra psiche.
Nessun additivo aggiunto.

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