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Kinski - Down Below It's Chaos

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Titolo: Down Below It's Chaos
Artista: Kinski
Etichetta: Sub Pop
Anno d'uscita: 2007
Genere: Rock Strumentale/Noise
Voto: 8/10

I Kinski sono un gruppo di Seattle, città di grande importanza nel panorama musicale d’inizio anni novanta: il “grunge” vi ha preso forma, colore, si è “acidizzato“, si è distorto e, tra mille gorghi, si è inabissato da dove era emerso. Pochi luoghi al mondo sono così tetri, umidi, freddi e tristi: tutti mi hanno sempre sconsigliato di metterci piede. Ma un giorno lo farò, ne sono sicuro. Poche città al mondo hanno garantito così tanta fortuna a delle band musicali: una conferma in più che il disagio, il vivere a contatto con il degrado e con le difficoltà della vita, produce arte sopraffina.

Ma parlavamo dei Kinski: quattro musicisti, l’ottima bassista Lucy Atkinson, i “looper-guitarists” Chris Martin e Matthew Reid-Schwartz, il batterista Barrett Wilke, nessun cantante. Il loro “instrumental rock” è uno dei migliori in circolazione, il loro creare loop, cioè l’ossessiva ripetizione di un particolare giro armonico, sempre diversi, innovativi e tecnologicamente all’avnguardia evita ai loro ascoltatori la grigia deriva della noia.

Con questo ultimo album però, ci sono stati dei piccoli e positivi assestamenti. Innanzi tutto compaiono le prime tracce cantate: il gruppo ne guadagna in immediatezza e facilità di ascolto. Inoltre, le loro corse chitarristiche e le consuete cavalcate acide in questo “Down Below It's Chaos”, sono ben alternate a placidi arpeggi, a mansueti passaggi ritmici e ad improvvise esplosioni dark noise. I continui cambi di ritmo, di tonalità e di intensità sono il loro biglietto da visita: il suono è quello giusto, la cattiveria è ben equilibrata grazie ad una solo apparente mancanza di cura del suono. L’incredibile predisposizione di Martin e Reid-Schwartz all’uso degli effetti è sbalorditiva: le chitarre non sono più solo “semplici” strumenti a sei corde, ma diventano fonte di veri e propri gorghi sonori di intensità mai ascoltata.

L’album inizia con la tipica Kinski song: “Crybaby Blowout” ci riporta ai riffoni di “The Wives of Artie Shadow” (di cui sotto il video), loro canzone di maggior successo contenuta nell’album “Alpine Static”, con i suoi overdrive semplicemente hard rock e una batteria metronomica. Proviamo subito la sensazione di avere dinnanzi una delle migliori band in circolazione.
L’orecchio si fa appassionare subito dall’inconfondibile suono Kinski: il secondo brano, “Passwords & Alcohol”, con tanto di testo cantato, ricorda molto da vicino una composizione di T.Moore e dei suoi Sonic Youth.

Il lato migliore dei Kinski viene mostrato nella loro miglior canzone di sempre, “Boy, Was I Mad!”: dopo un’introduzione evocatrice dei tempi medioevali, la furia ritmica si impone sull’atmosfera paradisiaca creata fin li dal flauto di Reid-Schwartz. L’entrta della chitarra assomiglia ad un uragano sul mare caraibico: mulinelli, onde alte quanto grattacieli, palme piegate della forza del vento, cielo plumbeo illuminato solo da lampi e saette. In questi sette minuti e mezzo i Kinski fanno sfoggio di tecnica e velocità davvero invidiabili, oltre che causarci un forte senso di confusione nel nostro “io” più intimo. Da questo momento in poi l’album, come d’altronde era inevitabile, cala un po’ di tono, rimanendo, comunque, sempre a livelli da standing ovation: su tutte svettano la futuristica e intrigante “Plan, Steal, Drive”, la rissosa “Punching Goodbye Out Front” e la psichedelica e conclusiva “Silent Biker Type”.

Ultima osservazione: il livello di missaggio e registrazione in studio accontenta anche il palato degli ascoltatori più feticisti.

“Down Below It’s Chaos” è un piccolo manuale di come suonare il noise oggi, senza dover mai ripassare dal via.


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