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martedì 26 maggio 2020

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WORLD AFFAIRS - Corsa all'oro nero in Siberia

La fotografia bianca e nera di una terra un tempo bianca

03.10.2013 - Valentina Berdozzi



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Per dipingere la parabola di vita ascendente di un giovane borghese della Francia della sua epoca, nel 1830 Stendhal aveva usato le note cromatiche del rosso e del nero .

Il bianco e il nero sono invece i colori che useremmo noi oggi per fotografare l’evoluzione discendente di una delle zone storicamente più incontaminate del globo e ora più minacciate dalla mano umana: la Siberia.

Perché tra le candide pianure della tajga russa - là dove sgorga il 51% dell’intera produzione petrolifera russa e il 7,3% di quella mondiale – le macchie nere del combustibile hanno maculato un panorama candido e inalterato da secoli, compromettendo un biosistema umano, animale e vegetale che la presenza di pozzi e siti estrattivi sta inclinando impietosamente verso il basso.

Sono centinaia infatti i pozzi e gli oleodotti vecchi e nuovi che, nei territori delle regioni di Ugra (nella Siberia centrale), in quelli dell’isola di Sakhalin (nell’estremo nord-est russo) e nei pressi di Novo Agansk (Siberia occidentale), affondano le radici in quella che viene oggi considerata la nuova maggior riserva petrolifera ancora intatta al mondo.

Quella che per la Russia di Putin rappresenta la priorità geopolitica assoluta e l’impegno più intenso allo sfruttamento e all’estrazion è anche, e soprattutto, un’emergenza ambientale silenziosa e drammatica, che spesso il mondo ignora.

Sulla terra solcata dagli antichi oleodotti del colosso petrolifero statale russo Rosneft (che, secondo le stime di Greepeace, hanno fatto registrare solo nell’ultimo anno oltre 10mila rotture di tubi - per un totale di 216mila barili di greggio rovesciati nelle zone limitrofe) e sull’isolotto artico in cui le estrazioni sono monopolio di una cordata di multinazionali estere (tra cui l’americana Exxon-Mobil, l’ingese BP, l’olandese Royal Dutch/Shell e l’indiana India’s Oil & Natural Gas Crop) – sono chiare sin dal 2006 le intenzioni del barone russo: creare un megastato che accorpi le 16 regioni siberiane le quali, unendo le forze, siano così in grado di costituire il nuovo Eldorado del petrolio, agevolando lo smercio di greggio siberiano non solo nell’immensa Russia ma anche nell’assettata Asia del Pacifico.

Un progetto ambizioso e di ampio respiro, per cui da Mosca i fondi sono stati già stanziati – e in proporzioni significative: oltre 20 i miliardi di dollari messi a disposizione fino alla fine del 2013; a cui si aggiungono i 68 da spendere entro il 2020 e gli altri 307 che saranno erogati nel quinquennio successivo, fino al 2025.

Il vivo interesse russo nei confronti delle ricchezze petrolifere della Siberia è lo stesso che, ancora Putin, mantiene attivo per le zone artiche che si estendono al di là del Mare di Barents - e che questo separa dai territori di giurisdizione russa. In attesa del 2014 - quando la Russia potrà finalmente presentare alla preposta commissione ONU un dossier di rivendicazione delle gelide acque polari che lambiscono a nord-ovest le sue coste – infaticabili sono, infatti, Putin e il primo vicepremier Igor Shuvalov nel ribadire quanto Mosca, pur nel dialogo con gli stati confinanti, sia fermamente disposta a difendere i propri interessi geopolitici in un’area che l’assottigliamento della calotta polare e il progressivo scioglimento dei suoi ghiacci stanno rendendo la sede di nuovi e felici transiti economici verso l’estremo Oriente e la regione del Pacifico.

Il progetto di creare un immenso stato siberiano indipendente e le pretese territoriali verso l’Artico – con la dichiarata intenzione di inglobare nei propri confini marittimi oltre 1,2 milioni di chilometri quadrati di acque artiche – rispondono infatti ad una logica commerciale che guarda insistentemente ad Est e alle fortunate prospettive economiche che questa regione di mondo può concedere al commercio di Mosca.

Ma se dei pozzi impiantati in Siberia - e dei traffici commerciali che da qui possono partire con destinazione Cina e subcontinente asiatico – la Russia gioisce, c’è altro per cui il mondo intero deve rammaricarsi. Ed è lo svilimento di un’area da sempre incontaminata che le minoranze etniche locali hanno salvaguardato con dedizione e passione.

E’ a loro che un occhio più sensibile deve mirare: a loro e alle conseguenze che un intervento umano non ponderato e irresponsabile comporta.

Per cancellare il nero da un binomio pericoloso e riprendere ad usare il solo bianco nella fotografia di un’area del globo unica per forza e delicatezza.

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