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venerdì 23 agosto 2019

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Recensione Musica: The Warlocks - Heavy Deavy Skull Lover

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Titolo: Heavy Deavy Skull Lover
Artista: The Warlocks
Etichetta: Tee Pee Records
Anno d'uscita: 2007
Genere: Psichedelia
Voto: 9,0/10

Neo viene scortato da Morpheus fino alla porta dell’Oracolo. Keanu Reeves, con il suo inconfondibile look “all black”, entra da solo, lasciandosi alle spalle il suo accompagnatore, e osserva dei bambini plasmare come piccoli demiurghi la realtà fisica che li circonda. Uno di questi, simile ad un piccolo sacerdote buddista, dice a Neo che è inutile cercare di piegare il cucchiaio che tiene nella sua mano, bisogna rendersi conto che il cucchiaio semplicemente non esiste.
“Allora ti accorgerai che non è il cucchiaio a piegarsi ma sei tu stesso”

Heavy Deavy Skull Lover”, ultima fatica degli Warlocks, ha in sé la stessa carica filosofica che il “Matrix” dei Wachowsky ha espresso nell’ormai lontano 1999: la dissoluzione dell’ente fisico è arte possibile, è emanazione dell’io fino a territori sconfinati. La band dominata dall’indole psichedelica di Bobby Hecksher (voce e chitarra) riesce a catapultarci in un irreale mondo parallelo dove tutto è possibile semplicemente perché ciò che è in realtà non è.
La fagocitante sezione ritmica è simile a quella dei Velvet Underground di “White Light/ White Heat”, le chitarre incendiarie (dal vivo ben quattro) hanno radici ben piantate nell’esperienza di Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine, l’algida partecipazione è quella tipica dei Radiohead, la ricerca stilistica è arrivata ad un punto di dolorosa perfezione.

Nulla è scarno ma tutto è asciutto, scheletrico. La totale assenza di materia tangibile intorno a noi è ciò che c’è di più bello in questo lavoro degli Warlocks: la bussola gira su se stessa senza riuscire ad identificare nessuno dei segni cardinali. Il nord (il rock), l’est (il noise), l’ovest (la psichedelia) e il sud (lo stoner) si fondono completamente tra loro creando un immenso graffio nella nostra conoscenza del reale. L’immaginazione diviene inutile come il suo rovescio, la tangibilità: sembra di volare tra le “bolle” delle idee Platoniche, di correre in quell’Iperuranio e scorgere, essenza per essenza, tutto ciò che è stato rock nell’arco di tanti decenni. Le canzoni non sono slegate tra loro, ma è la singola traccia ad essere non coerente in se stessa: la forma canzone viene torturata fino a farla abiurare. L’ortodossia del pop/rock è sconvolta dal terremoto Warlocks: non esistono punti di riferimento, non esiste razionalità e racconto, non c’è più un genere, una durata. “Heavy Deavy Skull Lover” crea dipendenza e assuefazione: è il viaggio più sconvolgente della musica psichedelica post Pink Floyd e Peter Green, è il punto di non ritorno del rock, è musica non più schizofrenica ma ponderosa ed estasiante. E’ la prova che dentro di noi esiste qualcosa; è forse inutile cercare la trascendenza esogena se riusciamo a trovare la catarsi endogena.

Possibile allora provare allucinazioni oniriche, in pieno giorno e in piena conoscenza? Possibile navigare nei sogni se non stiamo dormendo? Possibile perdere i contatti con il reale e con ciò che governa il reale stesso? Si, con “Heavy Deavy Skull Lover” tutto è possibile. E’ un album da ascoltare sparato nelle orecchie e tutto d’un fiato, nella vibrante penombra di un paesaggio urbano illuminato solo dai fari delle automobile e dalle luci delle finestre; non riusciremo, allora ad alzare gli occhi per guardare il cielo, tanto sarà andato in alto il nostro spirito, tanto è la pesantezza intellettuale di un lavoro come questo. Non è stordimento ma un viaggio dentro noi stessi il cui arrivo, sorprendentemente, altro non è che un nuovo punto di partenza, come ci insegna Hegel. Ma stavolta il tutto è all’esterno del nostro io, come non ci ha mai detto Freud.


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