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venerdì 23 agosto 2019

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Blue Note Records : The finest in jazz since 1939

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The finest in jazz since 1939 è scritto sui vinili più datati della Blue Note. Ed è proprio così. L’importanza della Blue Note nella storia ed evoluzione del jazz è stata a dir poco fondamentale. La cosa singolare però, sconosciuta ai più, è che questa prestigiosa etichetta discografica venne fondata a New York da due emigranti tedeschi: Alfred Lion e Francis Wolff. In verità Wolff, fotografo di professione, si unì all’amico nella fine del ‘39, quando Lion aveva già iniziato a registrare i primi dischi, ma può essere tranquillamente considerato un vero e proprio co-fondatore.
Il nome scelto era piuttosto azzeccato: le “blue notes” nel gergo jazzistico sono quelle note (generalmente la terza, la quinta e la settima) che vengono suonate un semitono più in basso rispetto a quelle della scala maggiore e che fanno sì che questa si trasformi in una scala blues.

Quando si parla della Blue Note l’associazione più spontanea da farsi è con l’ hard bop della metà anni ‘50/ primi ’60, senza ombra di dubbio il periodo d’oro dell’etichetta, ma inizialmente i primi dischi suonavano “hot” jazz tradizionale e un po’ di boogie woogie. Roba fine anni ’30 insomma, ma era la fine degli anni ’30! Ed il be-bop ancora al di là da venire. La casa discografica divenne presto famosa nell’ambiente per il trattamento di tutto rispetto che riserva ai suoi musicisti durante le session di registrazione e per il loro coinvolgimento in tutti gli aspetti della produzione del disco.
Una delle prime hit fu “Summertime” del sassofonista Sidney Bechet (meglio conosciuto forse per “Petite Fleur”), ma forse la prima scelta coraggiosa (e rischiosa) presa da Alfred Lion fu quella di incidere, nel 1947, uno strano tipo di nome Thelonious Monk, che al primo disco tira fuori dal personalissimo cassetto di gemme monkiane niente di meno che ‘Round About Midnight. Un dannato classico. Come spesso accade per quei geni prossimi alla pazzia però (e mi vien da pensare a Van Gogh), all’epoca non ci fu un successo immediato per Mad Monk, ma questa è un’altra storia…
Anche i dischi registrati in quel periodo dall’amico Bud Powell, restando in ambito be-bop, sono considerati oggi tra i suoi più brillanti lavori.

Nella decade successiva due sono le novità in casa Blue Note: l’arrivo nel 1953 di Rudy Van Gelder, tecnico del suono, e nel 1956 di Reid Miles, artista assunto come disegnatore di cover, quando la buona copertina di un LP allora significava vendere bene o non vendere un disco. Non so quale dei due sia stato più determinante nell’ascesa dell’etichetta newyorkese. Probabilmente, in prospettiva, Rudy Van Gelder, anche per il lavoro svolto in questi ultimi anni sulla nostalgica serie RVG (i più classici LP Blue Note magnificamente “restaurati” su CD), ma l’apporto di Reid Miles, complici le splendide foto di Francis Wolff, che era solito scattarne in ogni session di registrazione, senza volerlo, ha reso quei dischi un oggetto di culto per maniaci collezionisti. Copertine come quella di “True Blue” di Tina Brooks, “Blue Train” di John Coltrane, “Somethin’ Else” di Cannonball Adderley o “Out To Lunch” di Eric Dolphy sono piccoli capolavori del genere che le altre etichette provarono invano di imitare.
Il periodo dell’hard-bop fu il migliore per la Blue Note, semplicemente perché si trovò ad avere i musicisti migliori in circolazione! Tra i più fedeli all’etichetta ci furono: alla tromba Lee Morgan, Freddie Hubbard e Donald Byrd; al piano: Horace Silver, Herbie Hancock, Sonny Clark, McCoy Tyner, Andrew Hill ; all’organo: il maestro Jimmy Smith ; alla batteria: Art Blakey con i suoi Jazz Messengers laboratorio di talenti, al sax: Hank Mobley, Dexter Gordon, Wayne Shorter , Lou Donaldson ed Ornette Coleman; alla chitarra : Grant Green e Kenny Burrell. Tutti questi artisti sfornarno in quegli anni una quantità di dischi impressionante ed incredibilmente, quasi tutti raggiungono un livello mediamente alto. Caratteristica comune fu la predilezione per la composizione di nuovi temi (che sono diventati anch’essi spesso nuovi standards), più marcata in alcuni come Hancock, Horace Silver o Lee Morgan, e raramente l’utilizzo di ballads, quasi mai tra le più famose.

Se si può trovare un difetto ai lavori di questo periodo, sta nel fatto che, c’è da dire, tranne particolari eccezioni, si assomigliano nel sound un po’ l’uno con l’altro. Ciò è dovuto soprattutto all’utilizzo spesso degli stessi strumentisti. Freddie Hubbard alla tromba figura invitato in un numero spropositato di registrazioni non a suo nome! Però come ho detto prima il livello è mediamente sempre molto alto e mi viene da pensare che si trattasse di un indirizzo voluto proprio da Alfred Lion, quello di creare un “distinctive sound” più o meno omogeneo in tutti i dischi.

Negli anni ’70 la Blue Note si mantenne ai vertici sull’onda del funk e del soul-jazz dei suoi artisti di di punta: Donald Byrd su tutti (vedi successi di album come “Blackbyrd” o “Street lady”), ma, ritiratosi Lion nel ’67 e morto Wolff nel ’71, non molto rimase degli antichi fasti. Il declino dei cupi anni ’80, per lei, come per tutte le “cose belle”, fu inevitabile (eccezion fatta per la meteora Petrucciani).

Attualmente la Blue Note è posseduta dal gruppo EMI ed ha trovato nella giovine Norah Jones la sua punta di diamante nonché topseller. A pensarci, beh…viene un po’ di tristezza.












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