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domenica 15 dicembre 2019

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Erroll Garner, pianista dimenticato

Erroll Louis Garner nasce a Pittsburgh, Pennsylvania, nel 1921. Inizia a suonare il piano all’età di 3 anni ed a 7 appariva già in una radio locale con un gruppo chiamato “Candy Kids”, questo, ben inteso, senza imparare mai a leggere la musica. <

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Erroll Louis Garner nasce a Pittsburgh, Pennsylvania, nel 1921. Inizia a suonare il piano all’età di 3 anni ed a 7 appariva già in una radio locale con un gruppo chiamato “Candy Kids”, questo, ben inteso, senza imparare mai a leggere la musica.
Non so come ciò fosse possibile all’epoca…fatto sta che era anche abbastanza comune. L’elenco dei jazzisti musicalmente analfabeti ed autodidatti potrebbe essere lunghissimo quindi…meglio non cominciarlo proprio.
Nel 1944 Erroll Garner si trasferisce nella Grande Mela dove già covava, neanche troppo silenziosa, la rivoluzione be-bop. Apro una piccola parentesi.

Circolano alcune storie, nessuna dalle chiare ed accertate origini, sul perché New York venga chiamata “The Big Apple”: una delle tante, dal mio punto di vista la più suggestiva di tutte, vuole che i jazzisti “forestieri” ancora non troppo esperti si riferissero a New York, ed in particolare ad Harlem, in questo modo, perchè prima di andarvi a suonare la prima volta, si dice avessero una specie di grande groppo in gola per la paura di bruciarsi in una sola notte la reputazione ed un pubblico decisamente folto e ben abituato come quello newyorkese. Se steccavi, eri fottuto. Avevi chiuso. Da qui la “Grande Mela”. Ma questa, come dicevo, è una delle tante… Nel ‘34 era sicuramente in attività un night club tra la settima e la 135esima strada ad Harlem chiamato appunto “The Big Apple”, ma è chiaro che le origini non possono essere ricercate da qui. Quasi sicuramente il primo ad utilizzare l’espressione fu John J. Fitz Gerald che nel 1920 teneva una rubrica sulle corse dei cavalli per il New York Morning Telegraph intitolata “Around the Big Apple”, in cui si riferiva appunto a NY. Che si voglia o meno dare credito a queste origini ippiche del termine, tuttavia è pacifico che l’ambiente jazzistico afroamericano, dagli anni ’30 in poi, ha contribuito largamente alla diffusione di questo soprannome.

Tornando ad Erroll, dopo alcuni dischi registrati su 78 giri dal ’44 al ’47 (il primo LP 33 giri è del ’48...), è la fortunata session di “Cool Blues” con Charlie Parker a dare notorietà su scala nazionale al pianista (che per la sua bassa statura era solito performare seduto sullo sgabello con un elenco telefonico di Manhattan sotto al culo…)
Da lì numerose incisioni per prestigiose etichette, tour negli States ed in Europa fino al 1977, anno della sua scomparsa.
In Italia addirittura arrivò (colpa di “Cool Blues”) come il “primo pianista del movimento be-bop”. Niente di più lontano dal vero, se pensiamo che il contatto di Garner col be-bop fu puramente occasionale e che il titolo spetterebbe più correttamente ad altri pianisti quali Bud Powell e Thelonious Monk.
Lo stile di Erroll Garner è inconfondibile. Anche un non esperto potrebbe, dopo qualche ascolto, riconoscere il piano di Erroll su un milione per le sue tipiche cascate, grappolate di note nel registro alto. “Sembra che abbia quaranta dita”, così si diceva di lui. Dotato di un’incredibile tecnica e velocità, era capace di uno swing magistrale, ma la cosa che gli riusciva meglio era sfoderare il suo “stile sentimentale” nelle ballads che più amava, come “Laura”, “Lover Man”, “Everything Happens To Me” e la sua “Misty”.
Era solito far precedere l’esecuzione di un brano da una breve introduzione di una sequenza di note apparentemente senza senso per creare una sorta di effetto sorpresa nel pubblico che si interrogava su quale standard sarebbe mai andato ad eseguire. Il risultato era sempre piuttosto ironico sia che si trattasse di un mid-tempo, sia che si trattasse di una ballad.
Non era un compositore (non sapeva nemmeno leggere la musica! E’ vero, neanche Mingus sapeva farlo se è per questo, ma fu compositore sopraffino lo stesso…) e forse proprio per tale ragione non viene ricordato tra i padri del piano jazz. Era un brillante esecutore di un repertorio non suo. Un animale da cabaret.
Il suo periodo migliore fu senz’altro quello giovanile, dal ’46 al ’49, poi, spentisi i primi entusiasmi e la creatività dei primi lavori, Garner non mantenne le promesse iniziali e si trasformò in una specie di “superpianista di piano bar”, piacevole e disimpegnato (azzeccatissima immagine del grande Arrigo Polillo) in cui il sentimento era degenerato in sentimentalismo.
Ora, nonostante l’irreversibile parabola discendente, la sua lezione, imitatissima negli anni a seguire, è di un livello tale da poter assicurare ad Erroll Garner un posto di tutto rilievo nella storia di questa musica così piacevolmente ricca di miti e leggende: il Jazz.


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