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Recensione Musica: Vinicio Capossela - Ovunque Proteggi

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Titolo: Ovunque Proteggi
Artista: Vinicio Capossela
Etichetta: Atlantic/Warner Music
Anno d'uscita: 2006
Genere: Folk Rock
Voto: 9,0/10

Mi rode un po' di dover dare un 9 ora che sono appena alla seconda recensione. Ma questo è un album che pretende di avvicinarci alla perfezione. Un disco epico, mitologico. E' un biglietto A/R per un viaggio decisamente poco normale, con la voce di Vinicio smagliante (o splentita/splentente come direbbe il nostro caro Montrucchio) capace di spingere ovunque chiunque. Finanche all'incontro con nostro signore Gesù Cristo appena risorto.
Ed è quanto succede ne “L’uomo vivo (inno alla gioia)”, con Cristo fresco di risurrezione, e le corde vocali del maestro Capossela che dipingono la felicità della vita ritrovata (“nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno portato a mangiare”). E’ un disco del popolo, pieno di popolo e di vino, colmo dei suoni dei paeselli perduti, degli amici ritrovati, dei colori ripescati dalla memoria, dei suoni e degli odori mai visti e mai vissuti e mai goduti. E’ un disco teatrale, perché tanto anche se non vuoi, è un disco che devi vedere, che ti obbliga a viverlo. La musica costruisce il palcoscenico. Premendo play si schiudono le tende rosse e tu spettatore unico vedi un attore unico che canta mille vite in 71 minuti e 51 secondi. Canta tutto quello che riesce, ma soprattutto la nostalgia.

La nostalgia è la co-protagonista dello spettacolo. E’ la pittrice che pur in presenza di testi così nitidamente concepiti, scritti ed eseguiti (non c’è spazio per immaginare: ogni singola parola si trasforma in oggetto nella tua mente di ascoltatore) riesce a colorare tutto di colori strani e mai visti. E rompe in mille pezzi ogni figura. E’ uno specchio rotto questo disco. E le figure le vedi bene, eppure non sempre le distingui.
E’ la nostalgia di tutto e del nulla: di un naufragio così ben riuscito da risultare un ricordo romantico e struggente (“S.S. dei naufragati”, che sarà pure ispirato a Coleridge ma io non riesco a non pensare a Gericault); di un’amicizia così grande e così improvvisamente svanita tra le pieghe della vita da meritare una riesumazione estemporanea ed inutile (dov’è che siam rimasti a terra Nutless? Che potevamo andarcene a ragazze o giù al lido. A fanculo questa serietà).
Ma forse, in conclusione e più di tutto, dell’Amore che non ritrovi (“Ovunque Proteggi”, la ballata capolavoro che chiude l’album), dell’Amore che hai perso, o dell’Amore che hai sempre voluto.

E se mi trovi stanco
E se mi trovi spento
Se il meglio è già venuto
E non ho saputo
Tenerlo dentro me.
[…]
che troppo è per poco
e non basta ancora
ed è una volta sola.

E in una volta sola, in un disco solo si esaurisce tutto ciò che l’umanità puo’ dare di bello, di struggente, di romanticamente affascinante. La perdizione, la sensualità, l’ironia, l’Amore, la sofferenza, la storia. In tredici tracce.
Perdio: in fin dei conti un nove meritato?


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