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giovedì 12 dicembre 2019

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APPUNTAMENTI - Enrico Dindo e i Solisti di Pavia

Giovedì 23 aprile, alle 21, presso il Collegio Borromeo di Pavia, una serata all'insegna di Schubert

21.04.2015 - Simone Di Tommaso



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Sarà un programma "primaverile" tutto dedicato a Schubert in versione cameristica che propone una delle sue opere giovanili - il Triostaz D 471 per archi - e il suo ultimo capolavoro - il Quintetto in Do maggiore D 956 - quello presentato da Enrico Dindo con i Solisti di Pavia giovedì 23 aprile alle ore 21.00 nella Sala degli Affreschi del Collegio Borromeo di Pavia a chiusura della stagione musicale 2014-15.

Composto nel 1816 da uno Schubert ventenne e ancora maestro di scuola presso l'istituto paterno, il Triostaz D 471 per archi è rimasto incompiuto. Schubert ha portato a termine un unico movimento mentre il secondo tempo, un Andante sostenuto, si arresta alla 39esima misura. Ignote rimangono sia la destinazione sia le cause dell'incompiutezza di questo Trio. L'unico movimento eseguibile si articola in una forma sonata che suggerisce un'eloquenza di stampo haydniano, ma con una vena melodica che rivela la mano dell'autore. Non c'è nessuna vera contrapposizione fra i due temi che scivolano elegantemente l'uno nell'altro in una discorsività malinconica. La scrittura lascia una preminenza assoluta al violino ma consente a tratti anche agli altri due strumenti di esibirsi in espansive frasi melodiche.

Il Quintetto D 956, composto nell'agosto e settembre 1828, fu completato solo due mesi prima della scomparsa del compositore; è verosimile che Schubert non abbia avuto occasione di ascoltarlo; la prima esecuzione pubblica avvenne solo nel novembre 1850 a Vienna. Il Quintetto, chiudendo il grande ciclo delle opere cameristiche, è considerato alla stregua di un testamento spirituale di Schubert. La partitura compendia e riassume tutti i principali tratti dell'estrema fase creativa schubertiana, e costituisce probabilmente la composizione più astratta e "metafisica" del compositore. Elemento peculiare dell'ultimo Schubert è la dilatazione della forma, l'ingrandimento dall'interno delle strutture compositive, che porta l'intero Quintetto a dimensioni monumentali, con una durata che sfiora l'ora di ascolto. Nel Quintetto ritroviamo lo stemperamento nostalgico della dialettica classica, la tendenza verso il canto puro, la strumentazione che allude a colori orchestrali. A quest'altissima sintesi si somma un tratto del tutto peculiare, quello dell'organico a cinque, che, per la presenza di due violoncelli, non ha eguali nel classicismo viennese. La scelta dei due violoncelli consente una contrapposizione espressiva fra due differenti "cori" (in cui la viola si "allea" con i due violini o con i due violoncelli); ed è proprio da quest'abilissimo gioco che scaturisce con naturalezza la complessità del contenuto musicale del Quintetto D 956 considerato l'ultimo capolavoro di Schubert, per la sua grandiosità, la vastità dell'impianto e l'altezza concettuale ed espressiva.

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