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martedì 31 marzo 2020

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Myanmar, un buco nero nell’Asia Sud-Orientale

Che fine ha fatto la pacifica lotta per la democrazia dei monaci birmani? Il punto su uno scenario ancora caldo, rimosso in fretta dalla frenetica memoria mediatica

23.12.2007 - Manuel Venuti



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http://www.flickr.com/photos/61966933@N00/1459733078/

I viaggi internazionali di Fassino, inviato speciale della UE per il Myanmar, tra Bruxelles, New York e Singapore, sono solo uno spunto per continuare a parlare della critica situazione in ex Birmania. Gli ultimi incontri tra i rappresentanti dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni dell’ Asia Sud – Orientale), dell’ UE e dell’ ONU, stabiliscono l’abolizione delle restrizioni a cui è sottoposta Aung San Suu Kyi, la liberazione dei prigionieri politici e un’agenda per continuare a tenere aperto il dialogo. Sicuramente i risultati ottenuti da Ibrahim Gambari sono notevoli, ma finché un regime militare di questo genere, che reagisce con le armi contro chi protesta pacificamente per il caro vita e per un esistenza più dignitosa, rimarrà in piedi, non si potrà porre la parola fine sul problema. La questione non è solo quella di migliorare le condizioni della popolazione birmana, ma dare loro la possibilità di vivere in un contesto democratico in cui siano garantiti almeno i diritti civili basilari.

Purtroppo, terminato l’apice della crisi in Myanmar dopo la dura repressione dei monaci e dei manifestanti, la reazione del mondo occidentale che veste di rosso per solidarietà alle sfilate dei religiosi sembra essersi spenta. La sensibilità sulla questione è diminuita esponenzialmente, crogiolati dall’idea che qualcuno più in alto, con il potere della diplomazia, risolverà tutto. Ancora una volta la comunità internazionale delude le aspettative. Nel caso in cui servirebbe veramente un intervento immediato e deciso dei Caschi Blu affinché si instauri una realtà democratica dove ce n’è bisogno, gli interessi non sono sufficientemente attraenti, e la “sfera d’ influenza” è già controllata da qualcun altro. Non ci sono, infatti, particolari risorse petrolifere in Asia Sud – Orientale, e non si può rischiare un conflitto diplomatico con il colosso cinese soltanto per migliorare una delle tante situazioni critiche del globo. Anche la nostra cara UE perde un’altra importante occasione per aumentare il suo peso e la sua credibilità a livello internazionale, non avendo istituzioni sufficientemente pronte che la possano elevare a leader dei rapporti con la realtà asiatica.
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