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domenica 19 gennaio 2020

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Recensione Musica: Vic Chesnutt - North Star Deserter

Undicesimo Album e Capolavoro sfiorato per la vecchia volpe del Folk Rock

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Titolo: North Star Deserter
Artista: Vic Chesnutt
Etichetta: Constellation
Anno d'uscita: 2007
Genere: Post Folk
Voto: 8,0/10

Dopo vent’anni di attività, un’esistenza non proprio fortunata (vittima di un gravissimo incidente stradale in gioventù, è oggi costretto sulla sedia a rotelle) ed una produzione di tutto rispetto, con il suo undicesimo album Vic Chesnutt sfiora il capolavoro.
Un disco, questo “North Star Deserter”, nel quale ritroviamo il “mestiere” e la maturità da vecchia volpe del folk senza che si perda un grammo della freschezza e della sincerità che ha sempre contraddistinto i lavori del Nostro.

Le coordinate sono quelle del songwriting tradizionale morbido, vagamente sinistro e claustrofobico, dai testi spesso surreali e amari, come ci fa subito capire la profonda e agrodolce "intro Warm" che si muove in terreni noti a Townes Van Zandt. L’attenzione alle atmosfere evocate dagli strati sonori che spesso circondano, disturbano e avvolgono la chitarra e la voce di Chesnutt, tradisce però una parentela con il miglior post-rock. Chesnutt è infatti affiancato in questa sua ultima fatica, registrata in quel di Montreal, da uno stuolo di colleghi e compagni di etichetta di tutto rispetto (A Silver Mt. Zion al completo, parte di Godspeed You Black Emperor! nella persona di Bruce Cawdron), non semplici orchestrali agli ordini del direttore, ma ricamatori di trame e atmosfere che sono parte integrante e inscindibile di questo album. D’altronde l’avvicinamento tra il songwriting (il lato apparentemente più “conservatore” del rock) ed il post-rock (il suo presunto superamento, implicito nel prefisso “post”) era già nell’aria da un po’. Molti post-rocker avevano già dato voce alle loro trame sonore addirittura abbracciando in toto la forma canzone con risultati notevoli (pensiamo agli ultimi Mogwai o ai nostrani Giardini di Mirò) a dimostrazione del fatto che, nella musica e nell’arte tutta, qualsiasi “post” non implica mai la cancellazione del passato ma se ne nutre rappresentandone soltanto una delle possibili evoluzioni.

La cupa atmosfera post-folk (e dagli con ‘sti “post”) o alt-country (chiamatela come volete), insomma l’approccio cantautorale “classico” di Chesnutt, lascia infatti spesso e volentieri il posto ad un’orchestralità oscura e distorta, a crescendo e a spasmi elettrici al limite del noise (anche se il “rumore” è sempre funzionale alla composizione e mai fine a se stesso).
Di un’intensità a tratti travolgente, dopo la ballata ubriaca e vagamente balcanica “Glossolalia” che ricorda il miglior Matt Elliott (cantato doloroso, inserti d’archi storpiati e cori intensi e sghembi), “Everything I say” ti coglie impreparato, ti illude con un inizio in sordina e ti attacca alle spalle con stilettate elettriche distorte, organetti acidi, violini urlanti, accelerazioni e bruschi rallentamenti. Non cito a caso Elliott, quello delle drinking songs (personalmente il migliore), perché è da quel disco che non sentivo qualcosa di così dolcemente tragico. Qualcosa che ti attira e scatena il sottile e masochistico piacere che si prova nel tormentarsi un dente dolorante.
Le atmosfere quasi bucoliche chitarra-voce-flauto di “Wallace Stevens” e country a tinte fosche di “You are never alone” danno un po’ di respiro (ma non concentratevi troppo sui testi), ma “Splendid” arriva a riportarci al confine tra la polvere del folk e i paesaggi visionari e urticanti nascosti dietro ad una brillante melodia.
Poi, quando credi di essere finalmente al sicuro nelle quasi dylaniane lande classic-folk, per quanto alienate e alienanti, di “Over, Debriefing”, con la presenza percepibile della chitarra del fugaziano Guy Picciotto (anche alla produzione assieme a Jem Cohen), ti assale nuovamente con squarci di distorsione rabbiosa che graffiano uno strato di dolente rassegnazione. Qui lo scheletro vagamente Dark-Wave costruito dalla sezione ritmica (praticamente assente nel resto del disco) contribuisce ad alzare il livello della tensione.

La doppia anima di “North Star Deserter” emerge lungo tutto il percorso alternando canzoni dal chiaro stampo folk/songwriting, arrangiamenti d’archi e pianoforte, field recordings dell’amico Picciotto, schizzi acustici minimalisti, distorsioni graffianti. Ma sarebbe riduttivo descrivere questo splendido lavoro unicamente con la formula “songwriting + post-rock”, in quanto (questa volta è proprio il caso di dirlo) il risultato è molto più della somma delle singole parti e l’esito è evidente in brani come “Marathon”, “Splendid”, la già citata “Debriefing”, nei quali queste sostanze si (con)fondono, determinando un balzo in avanti per il “cantautorato” di Chesnutt da una parte, ma anche per il post (?) rock, qualunque cosa questo termine rappresenti oggi.



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