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Recensione Musica: The Enemy - We’ll Live and Die in These Towns

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Titolo: We’ll Live and Die in These Towns
Artista: The Enemy
Etichetta: Stiff Records
Anno d'uscita: 2007
Genere: Indie / Brit Rock
Voto: 7,5/10

Tre ragazzini di Coventry hanno fatto il colpaccio e si candidano ad essere l’ennesima, annunciata “next big thing” del panorama rock d’oltremanica.
I The Enemy sono Andy Hopkins, Liam Watts e Tom Clarke, età che si aggirano attorno ai diciotto anni ed un impatto estetico e sonoro profondamente debitore dello “street style” dei primi Oasis, che stregarono l’Inghilterra con il magnifico “Definitely Maybe”.
Cos’è che distingue questi ragazzi dal flusso eterogeneo di rock band, identiche l’una all’altra, che si sono susseguite per brevi stagioni sulle copertine delle riviste specializzate e negli scaffali dei negozi di dischi? Sono l’ennesima promessa destinata a rimanere tale e durare non più di una stagione in un panorama musicale che divora gruppi in sequenza, hit dopo hit e disco dopo disco?
Anche se solo il tempo potrà rispondere senza incertezze a queste domande, le indicazioni e le sensazioni che possiamo trarre dal loro fortunato disco d’esordio sono decisamente positive.
Chiariamolo subito, i The Enemy non si sono inventati nulla.
“We’ll Live and Die in These Towns” non ha l’ambizione di essere innovativo, di stravolgere la scena indie-rock, di contaminarla, di proporre qualcosa di nuovo.
Le influenze sono piuttosto evidenti e le hanno sottolineate tutti gli addetti ai lavori: si sente lontano un miglio che questi ragazzi hanno fatto scorpacciata di Jam e di Oasis, solo per citare le fonti più chiare a cui ha attinto il loro songwriting.
Credo però che il valore di un disco si misuri spesso nella sua capacità di riuscire a lasciare il segno al di là della semplicità o della scarsa originalità dello stile delle sue composizioni. E l’opera prima dei ragazzi di Coventry ne è il più nitido esempio.
“We’ll Live and Die in These Towns” riesce ad emergere di qualche spanna dal blob indistinto dei dischi del suo sovraffollato genere musicale. Lo fa con la freschezza e l’energia delle sue cavalcate rock, come “Aggro”, “Had Enough”, “It’s Not Ok” e “Away from Here”. Chitarre forsennate, melodie catchy e testi di rabbia e voglia di scappare via dal degrado urbano di un’Inghilterra avvolta nel fumo.
Nulla di originale probabilmente, ma tutto fatto molto bene. Con un’intensità ed un talento per la melodia che è veramente raro scoprire in ragazzi così giovani. Ed anche in colleghi più affermati.


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