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sabato 19 settembre 2020

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Monografia: COIL (prima parte)

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Nessuna pretesa di completezza, la band in oggetto non lo consente, almeno non nell’arco di un paio di pagine: con una carriera ventennale, sigillata dalla morte di John Balance il 13 novembre 2004, i Coil hanno rappresentato uno dei vertici della musica esoterica a cavallo fra dark, ambient e industrial.
Appoggiati finanziariamente, più che sul fedele zoccolo di fan costruitosi nel corso del tempo, sui guadagni delle attività collaterali di Peter Christopherson, grafico di Hipgnosis (per la quale realizzò negli anni Settanta artwork destinati a album di Led Zeppelin, Pink Floyd e Peter Gabriel) e in seguito video-maker fra i più quotati (hanno usufruito dei suoi clip tanto rockstar come Yes e Nine Inch Nails, quanto nomi underground più o meno affermati, da Diamanda Galás a Jah Wobble), i Coil lasciano una discografia sterminata, con una manciata di uscite principali affogate fra EP, singoli, colonne sonore, CD-R in edizione limitata, split, remix, compilation e quant’altro.
Si sono evidenziati quelli che potrebbero essere i dieci dischi-chiave, cercando di dare uno spaccato il più variegato possibile dell’opera di Peter Christopherson e John Balance. Per comodità Christopherson verrà indicato anche con il suo celebre moniker, Sleazy.


Scatology (Force And Form, 1984) ****½

Terminata l’avventura nei Throbbing Gristle, Sleazy fonda gli Psychic TV insieme a Genesis P. Orridge. E’ durante la produzione del loro secondo album, “Dreams Less Sweet” (1983), che John Balance – membro dei Zos Kia e da tempo cultore delle varie incarnazioni artistiche di Sleazy – entra a far parte della band. Dopo un breve tour, i due abbandonano il progetto nelle mani di Orridge e fondano i Coil.
Per quanto venga fatto rientrare nel filone dell'industrial esoterico, esistente già prima della sua pubblicazione, l'album di debutto “Scatology” rappresenta la prima sequenza di canzoni compiute all'interno di quell’ambito, almeno considerando le formazioni maggiori (Current 93 e Nurse With Wound erano all'epoca affaccendati in proposte free-form, fra nastri manipolati, musica concreta, ambient e simulazioni di messe nere).
La quasi ballabile “Panic” è sorretta da un martellante ritmo di drum machine, su cui Sleazy fa scorrere una serie di campionamenti (rumori metallici, distorsioni, tastierine funky), coadiuvato da un ospite di riguardo quale Foetus. Gavin Friday dei Virgin Prunes fornisce un’altra collaborazione di rilievo, interpretando “Tenderness Of Wolves”: “Behind each kiss your poison bite, And when my all was given, And you had taken, Oh dog-like Judas, You did disappear, Was all in vain? Or did you cry? No need to ask, You now the living, me now the dead”. Il clima è soffocante e morboso, dal sottointeso omoerotico e dai risvolti filosofici apertamente pasoliniani (l'estetica del regista risulterà negli anni un punto fermo per molte band del circuito). Fra i vertici troviamo "At The Heart Of It All", struggente strumentale per tastiere soffuse e suoni jazzati, e "Solar Lodge", potentissima marcia per battiti meccanici e vertice interpretativo di Balance, la cui voce si libra spossante in un'aria satura di campionamenti minacciosi.
Nel modo di cantare di Balance si individua da subito un mood sofferente, quasi da flagellato post-moderno, che da un lato fa venire in mente le sequenze di conflitto spirituale tipiche dei film di Bergman e dall'altro fa emergere l'influenza della popstar Marc Almond, uno formatosi a pane e torch songs (non a caso proprio nello stesso periodo uscirà come singolo una cover di “Tainted Love”, poi inclusa fra le bonus tracks nelle varie ristampe di “Scatology”).


Horse Rotorvator (Force And Form, 1986) ****½

"Horse Rotorvator" riprende in buona parte le tematiche e le tecniche strumentali utilizzate in "Scatology", per i più raffinandole, per una minoranza smarrendo la carica innovativa dell'album precedente. Sia come sia, il disco è graziato da brani fra i più suggestivi della carriera: "The Anal Staircase" (cyber-industrial con Sleazy scatenato in un delirio di campionamenti), "Slur" (macabro funk intonato da Almond in persona), "Ostia" (escalation emotiva per chitarra acustica e archi dissonanti), "Who By Fire" (cover di Leonard Cohen, imponenti i muri di tastiere in sostituzione del morbido arrangiamento originario).


Unnatural History (Threshold House, 1990) ***½

Seguita nel corso degli anni da due volumi di minor peso, è una importante antologia, che ospita al suo interno spazio tutte le incisioni fino a quel momento escluse dai due album (principalmente singoli e pezzi per compilation).
Il piatto forte è “How To Destroy Angels”, cerimoniale di sedici minuti originariamente pubblicato come EP, pochi mesi prima di “Scatology”. Costruito da una serie di rintocchi percussivi che si susseguono in un fragore echeggiante di variazioni timbriche, rimane uno dei capolavori della band, in particolare per i fan della prima ora e gli intransigenti dell’avanguardia.


Love's Secret Domain
(Torso, 1991) ****½

Scomparsi dalle scene dopo l'uscita di "Horse Rotorvator", i Coil riappaiono cinque anni dopo praticamente irriconoscibili. L'acronimo del nuovo album è LSD, e non a caso. Unici nella scuola industrial-esoterica abbastanza aperti da accettare la rivoluzione acid house che in quel periodo scuote l'Inghilterra, i Coil ne assorbono sound e immaginario (incluso il ripristino delle droghe come parte non secondaria del processo creativo). Lungo oltre un'ora, pur con qualche idea eccessivamente diluita, il disco della virata dance non risulta affatto invecchiato (in alcuni tratti c'è chi giura di udire germi degli Autechre), e piazza l'ennesima manciata di classici: "Teenage Lightning" (sognante torch song colorata da rigagnoli di suoni elettronici), "Windowpane" (ossessivo episodio denso di effetti sonori e timbri esotici, scelto dalla band come singolo), la title-track (ringhiosa narrazione sospinta da psichedelici synth puntinisti e ritmi manipolati).

Seconda Parte

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